La fondatrice Carmen Sanchez racconta la storia e l’attività de La Misericordia, associazione femminile che è luogo di aggregazione e insieme di incontro spirituale

di Claudio URBANO

Carmen Sanchez

Carmen è appena tornata dalla biblioteca di Crescenzago, dove lavora con i ragazzi arrivati da poco in Italia per ricongiungersi con le proprie famiglie: due pomeriggi alla settimana di compiti, laboratori, socializzazione, per inserirsi al meglio a Milano. Saranno loro i «milanesi del futuro», come ha ricordato l’Arcivescovo nella sua visita sabato in via Padova. Ora Carmen Sanchez, pedagogista originaria di Lima, in Perù, mi mostra l’asilo nido “Hogar del niño-Alveare”, che ha aperto qualche anno fa in via Fonseca Pimentel, in un bel giardino alberato a ridosso della ferrovia a due passi da via Padova, pensando proprio ai piccoli stranieri e alle loro mamme. Non è sola. Con lei nel 2009 hanno iniziato questa nuova avventura una decina di donne, arrivate in Italia da altri Paesi e desiderose, come lei, di aiutare a dare qualche risposta alla loro comunità.

Così è nata l’associazione La Misericordia, che è anche una storia di fede: «Seguendo la Pastorale dei migranti era già diverso tempo che meditavamo la Parola di Dio confrontandola con la nostra vita – racconta Carmen -. Ci chiedevamo quali fossero i bisogni più importanti della nostra comunità, come vivere la fede nel quotidiano, come avvicinarci a chi aveva più bisogno». E una delle maggiori difficoltà, spiega, è proprio quella del ricongiungimento delle famiglie in Italia. Di ritorno da un ritiro spirituale l’intuizione: «Non possiamo aspettare che gli altri ci dicano cosa fare – ha capito Carmen – e davanti a un immagine del Signore della misericordia, a casa di una di noi, abbiamo pensato che era proprio questo ciò che ci accomunava, pur venendo da storie e Paesi diversi: la misericordia che ciascuna di noi aveva ricevuto». “Scrivi sulla sabbia quello che dai, incidi sulla roccia quello che ricevi”, è il motto dell’associazione. Un’associazione di sole donne, «che sono le più forti, anche se dietro a ciascuna c’è una famiglia». O c’era. «Molte delle nostre socie sono sole, o perché c’è stata una separazione, o proprio a causa dello spostamento in Italia, in attesa di riunire la famiglia. Lo scopo iniziale era solamente unire le forze, sostenersi reciprocamente».

Subito è nato l’asilo nido, con rette che sono circa un terzo rispetto a quelli privati, per le donne che sono in particolare difficoltà, così che dopo la maternità possano subito riprendere a lavorare. «All’inizio abbiamo avuto solo bambini stranieri, ora c’è anche qualche italiano». Qui si incrociano le storie delle mamme, ora l’associazione ne conta circa ottanta: dal Sudamerica, all’Ucraina, dalla Cina allo Sri Lanka, all’Eritrea. Catherine, l’educatrice, a sua volta era una mamma che ha portato il suo bambino al nido. Poi c’è stata una donna cinese «dal nome impronunciabile», scherza Carmen. «Aveva sempre una certa diffidenza, ma dopo l’anno in cui è stata con noi, portando la sua bambina, questa è diventata la sua seconda casa, e abbiamo imparato molto della cultura cinese».

Un’attività che si estende a tutto il quartiere di via Padova. C’è la ginnastica per le donne incinte, c’è il ciclo di incontri per le “donne del mondo”, dove ci si confronta sulle proprie abitudini e stili di vita, c’è lo scambio di vestiti, «dove si impara a non guardare la marca», e poi le cene dove ciascuno prepara la propria specialità, insieme ai giochi nei cortili, come nella festa del week-end appena trascorso. «Questo giardino, chiamato La Madia, è sempre aperto al quartiere» spiega Carmen, osservando come qui la condivisione sia quasi obbligata: «A volte uno può pensare di risolvere il proprio problema da solo. Invece qui si vive la multietnicità già andando dal panettiere, nei negozi. Lo scambio maggiore è alla fermata della 56, che va su e giù da via Padova».

Una condivisione possibile anche tra le diverse fedi. «Qui ho potuto vedere che ci sono tanti non cattolici – così come non lo sono molte donne della nostra associazione -, ma ho capito che, nella nostra umanità, condividiamo in diverso modo anche la nostra spiritualità. Non nascondo che sono cattolica, cerco solo di dare una testimonianza con la vita».

Certo non tutto succede spontaneamente, ammette Carmen: «Bisogna creare le occasioni, bisogna creare i momenti di incontro. Per superare le barriere e i pregiudizi bisogna guardarsi un po’ più da vicino». Alla Misericordia si cerca di fare proprio questo: «Far sì che ciascuno non si senta mai meno di quello che è: siamo figlio di Dio – ricorda Carmen -. Guardiamo con gioia al fatto che viviamo insieme, con le stesse problematiche, nello stesso territorio». Un bell’invito rivolto ai “milanesi del futuro”.

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