In Curia il dibattito in vista delle elezioni del 25 maggio. L’accorato appello dell’ex ministro Moavero, i dati del Rapporto Giovani presentati da Alessandro Rosina e il ruolo dei cristiani delineato da monsignor Bressan

di Annamaria BRACCINI

don luca bressan

Sarà la prima volta che voteranno i cosiddetti “nativi digitali”, i giovani che non solo sono cresciuti con internet, ma sono anche nati nella sua era. E poi sarà anche una novità che coloro che si candidano come possibili, futuri, presidenti dell’Unione Europea – anche se non vi sarà possibilità di una loro elezione popolare diretta – siano in larga maggioranza anche i leaders delle formazioni politiche di appartenenza.

Eppure non sono questi, o solo questi, i motivi per i quali le elezioni europee del 25 maggio, per il rinnovo del Parlamento di Strasburgo, si pongono come momento fondamentale e di svolta: in campo, e ben lo si intuisce, c’è molto di più di una semplice consultazione in un’epoca di aspre polemiche sull’utilità dell’UE e, addirittura, sulla liceità e opportunità della sua esistenza. 

E dunque interrogarsi, come si è fatto in Curia a Milano, su “L’Europa è ancora il nostro futuro?” ha avuto il senso di una riflessione, a più ampio raggio, che ha coinvolto molti temi e argomenti, delineati negli interventi, moderati da Daniele Bellasio, social media editor de Il Sole 24 Ore, del vicario episcopale, monsignor Luca Bressan, del già ministro degli Affari Europei, Enzo Moavero Milanesi, del demografo e docente della “Cattolica”, Alessandro Rosina. Anche perché, in apertura dell’incontro, sono stati presentati i dati emersi dall’ultima ricerca del Rapporto Giovani stilata dall’Istituto Toniolo, su come i giovani italiani considerano, appunto, l’Europa.

Cifre, come ha sottolineato Rosina, da cui si rende evidente «una domanda di Europa inappagata, anche se per il campione dei 1800 intervistati, l’Europa non funziona e richiede un’Unione più inclusiva e attenta ai cittadini». «Il 58% degli intervistati concorda con l’affermazione che l’Unione Europea appaia un esperimento sostanzialmente fallito. Chi la boccia senza appello è uno su quattro – il 22,4% si dice “del tutto d’accordo” con tale affermazione -, ma molti sono i dubbiosi, il 35%. Esistono però forti differenze sociali e per titolo di studio. Chi concorda con il fallimento sono circa due giovani su tre tra chi ha titolo basso e tra i Neet – il 66% di coloro che non studiano né lavorano -, meno della metà tra i laureati.

E se questi dati si inseriscono in una più generale, acclarata sfiducia nelle Istituzioni politiche, come sostiene il “Rapporto”, non vi è dubbio che una minore cultura e preparazione scolastica porti a sentirsi meno sostenuti e in sintonia con la Comunità, per la quale, tuttavia, solo un 15% non vede un futuro. «La scarsa fiducia su chi governa l’Europa, la constatazione delle divisioni tra Paesi, porta una buona metà dei giovani (49% dei maschi e 54% delle femmine) a essere pessimisti sulla effettiva possibilità di nascita in futuro degli Stati Uniti d’Europa. In ogni caso solo il 15% è del tutto convinto».

Dunque, molti margini di miglioramento sono possibili, soprattutto nella conoscenza di cosa sia l’Ue, nel riconoscimento dei «valori distintivi dell’Europa stessa, quali la cultura, la libertà e il valore della persona» e delle opportunità che essa propone (61,69 contro il 26,54% che la vede come un vincolo). 

Da parte sua Moavero Milanesi, già ministro nei governi Monti e Letta, ha approfondito quello che ha lui stesso definito «un accorato appello al rilancio dell’Europa». «Resto convinto che se comprendi l’Unione Europea e il processo di integrazione, li apprezzi e non li eviti», ha scandito, aggiungendo: «Purtroppo i giovani non hanno nelle mani il destino delle elezioni europee, perché la maggioranza dei votanti ha più di 50 anni e, inoltre, perché il 60 % dell’elettorato italiano non ha un livello di istruzione superiore. Il rischio è che si valuti l’elezione di fine maggio come consultazione da leggere unicamente in chiave di equilibri nazionali». 

In un tale orizzonte, l’elemento cruciale è una maggiore conoscenza dell’Europa, articolata da Moavero in tre punti. «Non bisogna dimenticare i benefici che nascono dall’Unione e che sono dati troppo spesso come acquisiti, scontati e talora irreversibili, quali la pace e la mancanza di frontiere o, per esempio, di complesse procedure amministrative per poter risiedere anche brevemente in altre nazioni del nostro continente. Inoltre, vi è la non consapevolezza che la crisi come trend globale poteva essere molto più devastante: basti pensare alle risposte date, in ordine sparso, di fronte energetica del 1973-1975. Forse l’Europa attuale non ci piace e ci attira, invece, una che verrà; ma dobbiamo focalizzarci sul quella che esiste, impegnandoci a migliorarla».

Da qui, la richiesta di un serio esame di coscienza. «C’e una sottovalutazione dell’elemento fondante dell’Ue, ossia la pace e il benessere dei cittadini. Per la prima volta, in millenni, gli Stati in Europa non sono Stati in guerra, pur essendo i conflitti attorno a noi. È un’opera grandiosa che si sia costruita questa pace e, mai come oggi, occorre ricordarlo con forza a cento anni dall’inizio della tragedia della Grande guerra».

Al cuore del problema è sempre il fattore consapevolezza: è largamente sconosciuto, infatti, che, attualmente, il 70-75 % dell’intero corpo normativo delle singole Nazioni nasce in Parlamento europeo. E su questo l’ex Ministro non ha dubbi: «Dobbiamo essere consci dei nostri limiti, consci della nostra partecipazione “accidiosa” alla Comunità: abbiamo il maggior numero di infrazioni, soprattutto per violazione di norme esistenti. Per questo paghiamo multe di centinaia di milioni di euro all’anno. Questa è una realtà terribile. Se non usiamo i fondi strutturali europei, stiamo usando male i nostri soldi. Ricordiamoci che non vi è nessun pregiudizio sull’Italia, anche se veniamo percepiti come un “grosso” Paese, ma non come un “grande” Paese».

E, allora, che fare? «Approntare patti per la crescita e l’occupazione coniugandoli, come già è stato intrapreso, con il rigore e la disciplina. Quale è la prospettiva? Facciamo che l’Europa di oggi non finisca come l’Italia del ’500, considerando che, secondo le stime, entro il 2030 nessuno dei Paesi Europei sarà compreso nel G8 o G7».

Particolarmente interessante anche la comunicazione, “I cristiani e l’Europa: da destino a compito”, di monsignor Bressan che ha evidenziato l’importanza che un tale incontro sia avvenuto in Curia, così come che si siano promossi recentemente riflessioni sul tema europeo presso la Villa Cagnola di Gazzada: «Il cristianesimo ha sempre creduto all’Europa – basti ricordare i monaci del Medioevo – e ha continuato a farlo quando, soprattutto nel secolo diciannovesimo, alcune Conferenze episcopali nazionali, come quella francese o tedesca, non parevano credervi. Questo indica la forte tensione e attenzione interna al cristianesimo verso i valori fondativi europei». Pensiamo a Paolo VI e all’appello alla pace all’Onu pronunciato nel 1965, «Mai più la guerra!», lui che «pensava alla Chiesa come maestra di umanità e considerava l’Europa uno spazio privilegiato».

Ma perché dall’Europa come destino si passa all’Europa come compito con Giovanni Paolo II? Cruciale, in questo contesto, l’idea di nuova evangelizzazione venuta dal Papa neo santo. «Si comprende quanto si debba lavorare quando si pensa che il concetto di diritto si ferma spesso ai confini etnici e nazionali», spiega Bressan, indicando anche «un preciso difetto di impegno nella politica», che va interpretato nel suo gusto senso. «Abbiamo una specificità culturale da spendere per aiutare a capire il mondo, nel suo cammino di maturazione storica che si deve alla capacità nata dalla prospettiva cristiana. Perché l’Europa sia il nostro futuro, occorre maturare la nostra fede fino ad arrivare al concetto di cittadinanza, come conseguenza naturale».

Il sogno da concretizzare è quello «di una società plurale in cui giocare la nostra testimonianza di cristiani, convinti che così nutriamo la cittadinanza di tutti, imparando e facendo imparare una grammatica di immaginazione politica». In sintesi, sapere, imparare di più sull’Europa con dosi massicce di educazione civica, sul suo ruolo, sulle sue leggi, con un’attenzione ai grandi progetti inclusivi e propositivi – come il “fiore all’occhiello” rappresentato da Erasmus -, perché «non ci sarà un’Europa vera senza un insieme sociale coeso capace di riconoscersi in valori condivisi e in una tradizione che non è artificiale, ma che è realissima e feconda». 

Ti potrebbero interessare anche:

Questo sito fa uso dei cookie soltanto per facilitare la navigazione Maggiori Informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi