Alla vigilia dell’ingresso in diocesi del cardinale Scola, la comune responsabilità dei laici e del pastore nel pensiero di un membro del Consiglio pastorale diocesano

Paola PESSINA
Membro del Consiglio pastorale diocesano

poster cardinale Scola

Rimaniamo ancora un attimo sorpresi, in questi giorni a Messa, quando il celebrante prega per la Chiesa, in unione con «il nostro Papa Benedetto» e «il nostro Vescovo Angelo», in luogo di quel Dionigi che ci era affettuosamente familiare. Attimo provvidenziale: indirizza il pensiero e la preghiera su colui che è adesso “il nostro” Vescovo, con gli interrogativi, le attese, le inquietudini che accompagnano ogni transizione.

E meno male: non fosse così, significherebbe che un nuovo Pastore non dice nulla di nuovo al nostro vivere. Il che peraltro avviene alla maggior parte di coloro che abitano la grande area metropolitana, che al Vescovo Angelo volgeranno lo sguardo – come hanno fatto per il Vescovo Dionigi e i suoi predecessori sulla cattedra di Ambrogio – solo se in qualche modo lo avvertiranno significativo per i loro giorni e le loro ansie: spesso ringraziandolo, a volte accusandolo. Perché la Parola infinita ha scelto di raggiungere gli uomini dentro i loro limiti, attraverso le parole di uomini che mettono i propri limiti a servizio dell’immensità dello Spirito. Chiunque assuma responsabilità di guida in una comunità, di fatto, misura tanto l’evidenza dei propri limiti quanto la potenza dello Spirito, in maniera drammatica ma esaltante. Perché lo Spirito soffia dove vuole e tu «ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va» (Gv 3,8). E nella Diocesi di Ambrogio questo vento è davvero intenso, da sempre.

Al Pastore della Chiesa di Dio che è in Milano tocca infatti lo stesso destino del suo gregge nella grande metropoli, la cui identità è scolpita nel nome: città in mezzo alla pianura. In mezzo a ogni vento. Là dove tutte le strade si incrociano, dove tutti i viandanti passano, magari cercando un altrove diverso. E dove molti si fermano, perché dove tutti gli altrove diversi si mescolano, è più facile trovare un posto in cui provare a essere uguali. Avviene nelle grandi città del mondo. E nelle loro periferie: chi comincia o ricomincia da niente, comincia da lì. Con un bagaglio a volte irrisorio di risorse, ma un desiderio enorme di felicità. E chi ci abita da sempre lo sa, che non si riesce a difendere la felicità rinforzando le mura, bensì imparando a governare con saggezza le porte.

Al nostro Vescovo Angelo toccherà stare con noi in mezzo alla pianura: investiti per primi dai fenomeni nuovi di una convivenza che cambia; e davvero questa volta non per mutamenti congiunturali, come già tante volte nei secoli, ma strutturali. Con una tecnologia che ci consegna strumenti stupefacenti per supportare o contrastare le forze naturali, oltre vincoli che credevamo invalicabili: e noi siamo lì in mezzo, a maneggiarli con tutti gli altri, nei nostri laboratori e nei nostri ospedali. Con una diffusione delle informazioni che sfida la nostra capacità di assimilarle: e noi siamo lì in mezzo, a elaborarle con tutti gli altri nelle nostre scuole e nei nostri studi. Con una moltiplicazione di situazioni e di stili di vita, di opportunità e di combinazioni, che scardina modelli di relazioni che credevamo immodificabili: e noi siamo lì in mezzo, con le nostre famiglie e le nostre istituzioni, insieme a tutti gli altri, negli ambiti di convivenza che ci toccano o che abbiamo scelto, a interrogarci su che cosa è essenziale di quelle relazioni. Essenziale perché lo riconosciamo vero, buono, giusto: che «si sia sempre fatto così» non ci può bastare ormai, ci piaccia o no. Nella metropoli in mezzo alla pianura vivono a migliaia, che non hanno sempre fatto così, e comunque disegnano percorsi nuovi; percorsi con cui i nostri figli vengono a contatto senza filtri, dagli schermi che frequentano con un clic.

Toccò ad Ambrogio e a Carlo in altri momenti distinguere e ascoltare la voce dello Spirito che soffia libera e sorprendente, e aprire le porte e le anime a questa voce viva e vivificante. Lo fecero conoscendo di persona il mondo in mezzo alla pianura e i venti che lo attraversano: Ambrogio accettò di mettere a servizio della Chiesa, da pastore, la saggezza maturata da laico mediatore di pace in una comunità civile lacerata. Carlo scelse di vivere fino in fondo la dedizione del pastore rinunciando al disinvolto opportunismo del laico tutelato dal privilegio sociale. Per questo, forse, se c’è una Chiesa locale dove pastori e laici sanno di condividere una comune responsabilità, ciascuno nella consapevolezza della dignità della propria chiamata, questa è la Diocesi di Ambrogio e Carlo.

Di più: se c’è una Chiesa dove i pastori educano i laici e accettano di crescere insieme a loro in una comune responsabilità verso la Chiesa universale, questa è la Chiesa di Milano. Che la sua respons/abilità – la sua capacità di rispondere alla voce dello Spirito – la coltiva caparbiamente e la mette a disposizione da sempre. A volte a proprio rischio e pericolo, ma con una fiducia totale, energica e vitale nella forza di quella stessa Parola, che non ritorna mai a Chi l’ha pronunciata senza aver trasformato chi l’ha accolta. E perciò è così ricca di presenze, così capace di progetti innovativi, così sensibile a fermenti inediti, così appassionata nel cercare risposte, nell’organizzare forme nuove di presenza, nel discernere ciò che all’orizzonte dà segnale di tramonti ormai irreversibili e di albe ancora incerte, ma non eludibili. Di questa ricchezza – che è quella dello Spirito – il nostro Vescovo Angelo è depositario e custode. E noi con lui.

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