Il Cardinale ha benedetto e inaugurato il museo del beato don Serafino Morazzone a Chiuso, dopo anni di lavori, definendolo «un segno grande di civiltà e della fede delle nostre terre»

di Annamaria BRACCINI

Morazzone

Forse è proprio un miracolo del beato don Serafino se, dopo la tremenda tragedia di Chiuso, quando il 9 marzo una mamma albanese uccise le sue tre figlie, non si è scatenata nessuna reazione razzista, ma anzi, la comunità ha saputo rispondere con un atteggiamento di composta e dolorosa partecipazione.
Lo dicono in molti, a mezza voce, e, allora si pensa proprio a questo. Il Cardinale è, appunto, a Chiuso di Lecco, per la benedizione del piccolo, ma delizioso museo dedicato al Morazzone, e riflette: «Ho visto una città che ha risposto con grande maturità a questa ferita che resta tale, ma dalla quale può nascere un significato. Bisogna circondare il male con il bene, come diceva san Giovanni Paolo II, occorre agire per il bene, costruire, come cittadini, una buona società e vivere la fede guardando a esempi come il beato parroco di Chiuso”. Anche per questo la semplice e gioiosa inaugurazione dei due locali del Museo, davanti a una piccola folla – c’e il prevosto di Lecco, monsignor Cecchin, il sindaco della città, Virginio Brivio, il questore e molte altre autorità -, è un momento importante «non solo per queste zone, per il paese, per le vostre parrocchie, ma per l’intera Diocesi», come nota ancora l’Arcivescovo.
E di un «piccolo che diventa grande per lo sforzo e la generosità di tutti e perché, come notava il futuro beato Giovanni Battista Montini, il beato Serafino è grande nella sua piccolezza», parla anche don Adriano Bertocchi, responsabile della Comunità pastorale che, intitolata al Morazzone, riunisce le parrocchie di Chiuso e Maggianico.
Sono passati dieci anni da quando il progetto ha preso avvio, e quasi tre – era il 26 giugno 2011 – da quando don Serafino è stato proclamato beato e la cerimonia si inerisce nel “Palio” che, come ogni anno, inizia il 9 maggio e si concluderà il 25. E, dunque, è un traguardo felice: lo nota ancora il parroco che sottolinea anche la valenza turistica e pastorale del Museo sito nella canonica che fu la casa del venerato “Curatìn”, come qualcuno lo chiama ancora. In effetti, molte sono state le sinergie attivate per il progetto, , dallo Stato alla Fondazione Provincia di Lecco, dalla Diocesi al Comune di Lecco e a molte realtà sul territorio, con quell’“anima” propulsiva che è oggi l’Associazione Amici del Beato, nata dal Comitato per la Beatificazione.
Il risultato sono gli spazi della canonica – in cui si è riscoperta anche parte di una struttura seicentesca – famosa perché qui sarebbe avvenuta la conversione dell’Innominato, come racconta il Manzoni nella prima stesura dei “Promessi Sposi”. Spazi contenuti, ma ristrutturati e luminosi, che rientreranno in itinerari squisitamente pastorali, penitenziali, nei “percorsi turistici manzoniani” e, forse, anche in quelli previsti da Expo 2015, con i “pezzi” forte, come lo zucchetto appartenuto al beato, il registro parrocchiale con annotazioni di suo pugno, il piccolo crocifisso, alcune stole con cui la pietà popolare avvolse i resti del Morazzone ad una prima ricognizione del corpo nel 1850 e volumi forse a lui appartenuti.
E poi, l’affresco con la “Conversione” e l’ultimo dono, arrivato dalla Fondazione della Provincia, proprio per l’inaugurazione: un volume del 1600 – che il Cardinale guarda con attenta curiosità – e che contiene una stampa, la prima, del paese di Chiuso.
«Questo museo è un segno di civiltà e un’espressione della fede. Il gesto che stiamo compiendo e di grande significato per tutta la terra ambrosiana attraverso cui, sotto le nostre care montagne, ricordiamo un uomo veramente riuscito, come e appunto è un santo», conclude l’Arcivescovo che ricorda come anche la sua mamma venisse a pregare il curato di Chiuso. «Questo museo che vuole unire la storia di santità all’arte e al turismo, come scoperta del valore della storia e della bellezza del paesaggio, è un’iniziativa bella e piena di senso». Così come è bello leggere le parole di papa Francesco pronunciate a Lampedusa, impresse nella parete d’ingresso: “La globalizzazione dell’indifferenza ci rende tutti ‘innominati’, senza nome e senza volto” .
E, alla fine, dopo la benedizione, un saluto discreto è anche per Baskim Dobushi, il padre delle bimbe uccise, presente con alcuni parenti: «Il Cardinale mi detto “coraggio”, mi ha dato forza, ma anche tutto il paese mi è stato vicino e questo è stato importante per tutti noi, per la mia gente». Appunto, forse è proprio un miracolo.

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