In occasione della visita pastorale alla Città di Milano, sua Ecc.za Mons. Mario Delpini ha incontrato i giovani del Decanato San Siro-Sempione-Vercellina e li ha esortati a liberare lo Spirito di Dio che è in loro.

Katia Castellazzi
Servizio per i Giovani e l'Università

Visita pastorale Sempione 1

Il 26 aprile 2022, presso la parrocchia S. Maria del Rosario, in occasione della visita pastorale alla città di Milano, l’Arcivescovo, Sua Ecc.za Mario Delpini, ha incontrato i giovani del Decanato San Siro-Sempione-Vercellina. La serata è iniziata con un aperitivo all’aperto e nel rispetto delle norme anti-Covid. Il confronto con il Vescovo è stato prima introdotto dalle parole dei responsabili dei gruppi giovani del Decanato, che hanno ragguagliato Mons. Delpini sul percorso di fede affrontato dai ragazzi/e durante l’anno. Successivamente i giovani della zona Vercellina si sono concentrati sull’enciclica Fratelli tutti di papa Francesco; mentre quelli della zona San Siro-Sempione sulla figura di Giuseppe nel Vangelo di Matteo. Dopo di che sono iniziate le domande.

La prima giovane a prendere la parola è stata Francesca, in rappresentanza della zona Vercellina, che ha chiesto: «Come possiamo vincere l’indifferenza e imparare la compassione, diventando buoni samaritani? Come educare i nostri ragazzi affinché provino compassione e non rancore per le ferite del mondo?». Mons. Delpini ha innanzitutto ricordato che «in ogni uomo c’è una predisposizione alla compassione […]: l’umanità è fatta bene, a immagine di Dio»; e ha poi invitato i giovani a riflettere sul fatto che la compassione non è frutto di un volontarismo personale ma viene da Dio: «dobbiamo volerci bene perché siamo figli di Dio […] e, affinché la nostra forza d’animo non inaridisca, è imprescindibile avere un rapporto personale e comunitario con Dio». L’Arcivescovo ha poi lanciato un monito ai giovani: «se nel vostro cuore sapete di poter essere migliori, non lasciate che questo vi scoraggi e vi deprima. Al contrario, leggetelo come il segno che siete chiamati ad andare oltre, a portare a compimento una vocazione. Fatelo attingendo alla sorgente dell’amore, Gesù Cristo».
Per quanto concerne, invece, l’educazione dei ragazzi alla compassione, Mons. Delpini ha suggerito di «rendere loro facile fare il bene […] attraverso la logica del buon vicinato»: parlare della guerra a dei bambini sarebbe troppo: ne ricaverebbero l’idea che il male incombe perennemente. Al contrario bisogna proporre loro azioni di bene concrete e fattibili (quali aiutare un compagno rimasto indietro con i compiti, mettere a posto la spesa insieme ai genitori) e insegnare loro che il bene va fatto collettivamente (se un/una compagno/a viene emarginato/a a scuola, non può bastare il gesto del singolo, occorre che più persone si avvicinino a lui/lei).

Ha preso poi la parola Luca, della zona Sempione-San Siro, che ha chiesto: «Come non allontanarsi dalla fede di fronte alle difficoltà e alle ingiustizie? Come la fede e la Chiesa rispondono alle grida di aiuto della società?». L’Arcivescovo ha ricordato che «un Dio che manda a qualcuno la salute e a qualcun altro la malattia è pura fantasia». Inoltre, come riporta il Vangelo di Giovanni (1,18) «Dio nessuno l’ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lo ha rivelato»: di conseguenza non sappiamo come si comporta Dio di fronte al male, ma sappiamo come si è comportato Gesù, «con compassione, condivisione e infine prendendolo su di sé. La condivisione del dolore ha un valore: Cristo anche nella tribolazione rimane capace di amare».
Di fronte al male del mondo la Chiesa e la fede «non hanno la pretesa di risolvere tutto, ma di riabilitare chi si ha di fronte». L’opera buona per eccellenza non è dunque la sola elemosina, rimedio temporale, ma il restituire fiducia, dare gli strumenti affinché quella persona esca dalla povertà (tema di cui ad esempio si occupa concretamente il “Fondo Famiglia Lavoro”); affinché tutti «assumano la responsabilità della propria storia e diventino parte attiva della società, tutti dobbiamo essere risorse».

Laura, in rappresentanza dei numerosi gruppi Scout del territorio, ha concluso chiedendo: «Come coniugare la richiesta di responsabilità e servizio con la necessità di inclusione nei progetti di fede per i nostri ragazzi, tutti in fase di ristrutturazione a causa della pandemia prima e della guerra ora?». L’Arcivescovo ha innanzitutto voluto sottolineare che: «inclusività significa accogliere tutti. Rischia però di essere motivo d’imbarazzo se, per tenere tutti uniti, si evita di parlare di materie scottanti». Ha quindi invitato gli educatori a «mettere a tema gli argomenti spinosi e a ragionarci insieme con onestà senza nascondere i propri pensieri». Come principio educativo ha poi suggerito di invitare i giovani a riflettere sulla «vocazione: siamo al mondo per amare» e sul concetto di meta: i giovani non vanno spintonati verso l’ignoto, va dato loro un obiettivo: «l’insicurezza del futuro non autorizza a vivere in un parcheggio confortevole, siamo in cammino verso una meta che è il compimento della propria vocazione, non un Eden perfetto senza dolore».

La serata si è conclusa con la preghiera di Taizé e la benedizione da parte dell’Arcivescovo, che ha invitato i giovani a «liberare il cantico, lo Spirito di Dio, che è in voi».

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