In occasione della visita pastorale nel Decanato Villoresi, l’Arcivescovo ha incontrato i giovani, ascoltando le loro testimonianze e dialogando con loro a partire dalle domande emerse. Dal dialogo sono emersi spunti significativi per vivere la fede nella Chiesa e nelle complessità del tempo presente, con il desiderio di accompagnare i giovani in un cammino di crescita autentica e promettente

Letizia Gualdoni
Servizio per i Giovani e l'Università

Arcivescovo Villoresi - Sito

La serata di dialogo vissuta ieri, giovedì 8 gennaio, all’Oratorio del Sacro Cuore di Nerviano con l’Arcivescovo Mario Delpini e i giovani del Decanato Villoresi ha avuto il passo delle cose vere: nessuna risposta prefabbricata, nessuna lezione dall’alto, ma domande nate dalla vita e un ascolto profondo della Parola di Dio come luogo in cui lasciarsi interrogare.

Niente di più bello dunque che cominciare l’incontro con la preghiera del Vespro, in Chiesa, affidandosi al Signore. L’Arcivescovo ha affermato così: «Il gesto che si compie al termine di ogni momento celebrativo e di preghiera comunitaria è un messaggio che in sostanza riassume tutto quello che avrei da dirvi, questo messaggio cui tanti giovani stentano a credere, è che la tua vita (oggi, domani, sempre) è benedetta da Dio».

Il momento di apericena ha permesso all’Arcivescovo di incontrare in modo informale i numerosissimi giovani presenti, dialogando con loro ai diversi tavoli, con affetto e simpatia.
Il confronto vero e proprio è nato a partire da alcune testimonianze personali dei giovani, ciascuna accompagnata da una domanda che ha toccato snodi decisivi dell’esistenza: la scelta del “per sempre”, il vivere la fede in un contesto indifferente, il lavoro e le sue logiche, il servizio educativo e la preghiera.

Fin dall’inizio è stato chiarito lo stile della serata: «Saranno delle domande che nascono da una piccola testimonianza di quello che i giovani stanno vivendo, in alcuni ambiti socio-politici, culturali e di fede». La preghiera iniziale dell’Arcivescovo ha chiesto il dono essenziale: «Donaci, Signore, il tuo Santo Spirito, perché le parole non siano solo parole ma annunciazioni, perché la nostra presenza non sia solo presenza ma offerta di gratitudine, di amicizia».

La prima domanda ha messo a tema la possibilità di scelte definitive, il matrimonio o la vita consacrata, in una società segnata dalla precarietà affettiva e dall’incertezza del futuro. L’Arcivescovo Mario ha iniziato così: «Io praticamente non ho risposte. Sono domande scritte nei giorni, nella vita, nella preghiera. E allora mi sono chiesto: dove posso cercare una risposta?». La scelta è stata chiara: andare al Vangelo, non per “citare” Gesù, ma per lasciarsi dire qualcosa di essenziale. Il brano proposto è quello del tesoro nascosto e della perla preziosa (Mt 13,44-46): «Il Regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo… pieno di gioia vende tutti i suoi averi e compra quel campo». Da qui una riflessione che ha dato spessore alla domanda, perché Gesù usa queste immagini per parlare della decisione: a un certo punto incontri il tesoro. Che è il Regno di Dio. Ma questo tesoro non è una favola: è una storia abitata dalla gloria di Dio. Sottolineando in particolare alcuni aspetti: «la meraviglia dell’amore, cioè il fatto di stupirsi che dentro di te che c’è la disposizione ad amare questa persona per sempre, l’amore è infatti intimamente una chiamata alla definitività. Uno non può dire “ti amo però ti amo finché non mi stanchi, ti amo finché non trovo un altro migliore di te…” è chiaro che ciascuno di voi ha delle esperienze o avrà delle esperienze, però l’amore in sé è una meraviglia, non solo perché genera euforia come quando si è innamorati, ma perché porta alla luce questa verità. Io sono disposto ad amare questa persona per sempre. Il secondo elemento è che la decisione di sposarsi è una decisione che è frutto di un cammino, di un dialogo, di un sogno condiviso che appunto porta a domandarsi: ma allora quando ci sposiamo? Ma allora come facciamo per la casa? Come facciamo per i figli? Quindi è il dialogo tra la coppia. Poi un altro aspetto che mi sembra irrinunciabile è la preghiera, che alla vostra età non è tanto un dire le preghiere, la preghiera è una storia di un’amicizia con Gesù e l’amicizia con Gesù è fatta di domande e di risposte sui passaggi fondamentali della vita e di tutti i giorni. Gesù è vivo! L’ultima cosa che dico è il realismo nella conoscenza di sé e dell’altro che permette di dire: io sono disposto ad amare questa persona per sempre perché so com’è, ho cominciato a conoscere anche i difetti, quindi anche i punti su cui c’è una differenza di opinione, e questo realismo secondo me trae vantaggio da una guida spirituale, cioè qualcuno che mi vuol bene, che ha imparato a conoscermi e che mi può dare un consiglio quando ce ne è bisogno». L’Arcivescovo ha riconosciuto la fatica di decidere oggi, ma ha rilanciato con forza: «Il contesto in cui viviamo non ha il diritto di imporci delle paure, delle esitazioni. I cristiani sono originali: quando uno raggiunge quell’intima persuasione che proprio quello lì è il suo tesoro allora può decidere». E allora, sì, cambia la vita ma «una scelta per sempre non è un pericolo: è una promessa».

La seconda domanda ha dato voce alla difficoltà di vivere e raccontare la fede in ambienti segnati da indifferenza, provocazione o discredito. Anche qui la risposta è partita dal Vangelo, dal finale di Marco (Mc 16, 12-20), con un passaggio sorprendente, quando Gesù risorto rimprovera i discepoli per la loro incredulità. E poi affida proprio a loro la missione! «Abbiamo a che fare con gente poco affidabile, poco, diciamo, coraggiosa, poco incline a credere e forse qui possiamo riconoscerci tutti, non è che erano solo quegli 11 là che peraltro erano stati con Gesù per tutti gli anni del suo ministero, ma credo che Gesù, che è qui in mezzo a noi, se noi riusciamo ad ascoltarlo io credo che ciascuno di noi si possa sentire rimproverato per la sua incredulità e sentire che dobbiamo compiere un passo nella fede. Da qui una consolazione e una responsabilità: Gesù di fronte a questi discepoli così poco affidabili, così deludenti potremmo dire, dice “andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura”. Voi non siete mandati nel mondo per convincere gli altri, non so, a venire in oratorio, cioè certo se vengono siamo contenti, ma non è questa la missione, che è che voi parlate di un’esperienza che vi ha illuminato nell’intimo!». Il cuore della risposta è stato questo: «La fede non è un’idea che uno si è fatto, è un’esperienza viva di Gesù vivo. È un fuoco. Se uno ha dentro questa forza dello Spirito, mentre si accende accende anche gli altri. Può accendere il fuoco nel mondo perché la fede cresce se si comunica. Per cui se uno la fede la tiene per sé, a un certo punto questa fede, come il fuoco che non s’attacca a un altro legno, muore, diventa brace, diventa cenere… Quindi la prima cosa secondo me è questa esperienza di Gesù vivo. La seconda cosa che mi permetto di raccomandare è esplorare le fessure». Un’indicazione molto concreta: «Nessuna persona è solo un muro. In ogni muro ci sono delle fessure, cioè nella vita di ciascuno ci sono dei momenti in cui il muro si sgretola, magari è un dolore, magari è un’esultanza, magari è un’inquietudine. È lì che il cristiano può entrare, portando un po’ di luce, con domande semplici, con amicizia e rispetto». E infine: «La missione non è per eroi solitari. Uno da solo si stanca presto e invece è l’amicizia, la coesione, è la condivisione del desiderio… Insieme si può incidere davvero in un ambiente: insieme non solo si può testimoniare la gioia, insieme non solo si può testimoniare la carità, la pratica del comandamento di Gesù, insieme si può anche elaborare un discorso, raccogliere le domande, cercare un’interpretazione, un’idea, cambiare le cose».

La terza domanda ha portato il dialogo dentro il mondo del lavoro e delle sue logiche, in particolare quelle economiche e finanziarie. Il riferimento evangelico è stato netto: «Voi siete il sale della terra… voi siete la luce del mondo» (Mt 5, 11-16). Il punto non è fuggire dal mondo: non siamo chiamati a costruire un mondo a parte, ma a stare dentro il mondo come luce e sale. Qui l’Arcivescovo ha insistito su alcuni criteri concreti: «C’è una riflessione enorme nella Dottrina sociale della Chiesa che affronta le questioni del lavoro, della finanza, sull’economia, sull’ambiente, che tutti dovrebbero un po’ conoscere e che manca un po’ nelle nostre formazioni. Cosa dice la Chiesa del denaro? Cosa dice la Chiesa del lavoro? Cosa dice la Chiesa del produrre?». Ci sono anche dei possibili correttivi che possono essere lungimiranti. Ma soprattutto ci sono poi dei tratti che i lavoratori dovrebbero imparare. Conta lo stile delle relazioni: «uno stile di relazioni che si pratica dentro l’ufficio, si pratica con i clienti. È lo stile che dice “io ho a che fare con delle persone, non solo con dei numeri». «Serve una disciplina del desiderio: non tutto ciò che posso desiderare è giusto desiderarlo», e anche su questo campo è importante la preghiera personale e comunitaria, come storia di un’amicizia con Gesù, che è capace di suggerire cosa si può fare in concreto, come bisogna essere, quali tipi di rapporti, quali tipi di aspirazioni, quali tipi di esperienze, ricercare.

L’ultima domanda ha intrecciato servizio educativo e preghiera. Il brano di Vangelo proposto ai giovani (Gv 15,11-11) ha offerto l’immagine decisiva: «Io sono la vite, voi i tralci… senza di me non potete fare nulla». La preghiera è stata definita ancora una volta come relazione viva: «Rimanere in Gesù non è un’esperienza solo emotiva». È una fedeltà quotidiana, anche quando non si “sente” nulla, un dialogo, un ascolto, un’amicizia. Un passaggio particolarmente intenso, invitando a restare attaccati alla vita per portare frutto e riconoscere i talenti che uno ha ricevuto. Come? «Donandoli, trafficandoli, uno si accorge, che riesce veramente a far del bene. Non puoi dire “il mio talento lo metto sottoterra perché ho paura di perderlo”. Il mio talento lo traffico. Ecco, quindi è in questo apprendistato del dono che a un certo punto uno si accorge di averlo, questo dono. E quindi rimanere in Gesù perché viviamo della sua vita: il modo che abbiamo di portare frutto non è l’efficienza ma è invece la docilità. Però in questa docilità emergono i doni che ciascuno di noi ha, anche quelli che non credi di avere».

E infine il tema della vocazione, chiarito con parole semplici e liberanti: «La vocazione non è una predestinazione. È una risposta. Dio non vuole prima di tutto che tu faccia qualcosa: chi dimora in Gesù come il tralcio della vite, decide la sua vita non sforzandosi di capire cosa vuole Dio da me, perché questo te lo posso dire già io cosa vuole Dio da te… Dio vuole che tu sia felice perché partecipi la sua vita divina e questo è quel che vuole Dio».

La conclusione, segnata dal silenzio, dalla preghiera e dalla benedizione del Vicario di Zona don Luca Raimondi, ha allargato lo sguardo con un pensiero alla strage di Crans-Montana e alle vittime del rogo, al dolore del mondo e alla speranza cristiana: «Il vero tabù di oggi è la morte. Ma noi abbiamo qualcosa da dire: dopo la morte non c’è qualcosa, c’è Qualcuno e l’antidoto alla paura è la nostra fede».

La serata ha mostrato che il dialogo tra Chiesa e giovani è possibile quando si parte dalla vita e si torna al Vangelo. Per scoprire che, anche nelle fatiche, seguire Gesù rende la vita promettente.

Ti potrebbero interessare anche: