Monsignor Marco Frisina ha messo in musica la "Divina Commedia", passando da Bellini al rock: «Ero attratto dal potere della musicalità delle parole del poeta»


Redazione

17/04/2008

di Ylenia SPINELLI

Monsignor Marco Frisina, 54enne direttore della Cappella Musicale Lateranense, non è nuovo ai grandi progetti. Sue sono infatti le colonne sonore di molti sceneggiati tv a carattere religioso e storico, da San Pietro a Edda Ciano, ma stavolta ha davvero realizzato un sogno: quello di rendere popolare, nel senso verdiano del termine, come ci tiene a precisare, il massimo capolavoro della letteratura italiana.

Con la casa di produzione Nova Ars ha infatti messo in musica La Divina Commedia di Dante Alighieri, un kolossal di grande impatto visivo ed emotivo, dal 19 aprile al Palasharp di Milano.

Maestro, è nata prima la passione per la musica o la vocazione religiosa?
Vengo da una famiglia di musicisti e sono cresciuto con la musica. Ho deciso di iscrivermi al Conservatorio, ma a un certo punto la passione per la musica si è intrecciata alla vocazione sacerdotale e quasi contemporaneamente mi sono diplomato in composizione all’Accademia di Santa Cecilia e sono entrato in Seminario.

Come è nato questo progetto?
Ho iniziato a metterci mano tre anni fa: volevo offrire una lettura emozionante di un’opera non sempre apprezzata sui banchi di scuola; inoltre, come musicista, ero attratto dal potere della musicalità delle parole di Dante. All’inizio ho pensato di realizzare tre opere, poi mi sono dovuto accontentare di una sola, divisa in due atti: la discesa all’Inferno e la salita al Purgatorio e al Paradiso. Il filo conduttore è l’amore, che dà senso a tutte le cose. Come spiega Dante, se è basso rende l’uomo vile, se è alto lo eleva a Dio.

Perché la Commedia è un’opera sempre attuale?
Perché Dante è l’uomo di oggi, con le sue forze e debolezze, è un uomo che sta cercando il senso della propria vita e lo troverà grazie a Beatrice, colei che lo condurrà all’Amore con la A maiuscola, a Dio.

Quali personaggi ha deciso di rappresentare?
Tanti e, seguendo le direttive di Dante stesso, ho voluto caratterizzarli con un genere di musica diverso: Francesca, personaggio romantico, rimanda alle arie di Bellini; Ulisse, epico, alla musica eroica; Ugolino, nel suo tormento, alla musica del Novecento; per Caronte ho usato il tango, la città di Dite rimanda al rock, il Purgatorio al Gregoriano e c’è pure un po’ di jazz… Insomma, sette secoli di musica.

Quali le scene che lei ama di più?
Mi piace la danza del cielo, quando i beati insegnano a Dante cos’è il Paradiso. Ma sono pure affezionato all’incontro con Ulisse.

Cosa lo rende un kolossal?
L’allestimento su un palcoscenico di 24 metri per 24; le proiezioni tridimensionali nelle quali sono inseriti personaggi in carne e ossa; gli effetti speciali che caratterizzano le creature fantastiche come il Grifone, disegnato dal premio Oscar Carlo Rambaldi; gli oltre 600 costumi realizzati da Alberto Spiazzi, collaboratore di Zeffirelli.

Da religioso, è dovuto scendere a patti col mondo laico?
C’è tutto nella Commedia, dalla passione che porta alla morte a personaggi angelici come Beatrice, a Piccarda e Pia. Non ho voluto dare una connotazione laica o clericale; ho semplicemente rispettato i personaggi, come li ha descritti e caratterizzati Dante, senza farne dei santini. L’aspetto più teologico è nella seconda parte.

Che idea si è fatto di Dante: un mistico o semplicemente uno scrittore?
Dante ha scritto questo poema da grande credente e poeta, in grado di tradurre la sua esperienza di vita in poesia. Non dimentichiamo che in un solo giorno ha perso famiglia, patria e denaro. Questa esperienza tragica lo ha fatto cadere e ripiegare su se stesso, ma poi la fede l’ha aiutato a intraprendere un viaggio alla riscoperta di sé. Così ha scritto un’opera mistica e non è escluso che abbia percepito qualche grande esperienza. Ma questo lo sa solo il Signore…

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