L'anteprima assoluta per la 67ª Festa del Teatro dello Spirito guidata dal regista Roberto Guicciardini. In scena l'eroina sofoclea contro la ragione di Stato

di Marta FALLANI
Agenzia Sir

antigone

«Poiché tutte le cavità della terra, del cielo e dei mari, anche quelle senza nome, in cui si trovano gli esseri non nati e i morti, riposano nel seno della Grande Madre. Il suo grembo abbraccia tutto ciò che è nato, bene o male, per questo: solo perché è nato. E in seguito, sì, così credo, in seguito lo lascerà nascere di nuovo. Lo consegnerà alla luce. Prima, però, dobbiamo tornare a Lei un’altra volta. Là sotto, nella terra». È un canto di redenzione L’ombra di Antigone, lo spettacolo scelto quest’anno dalla Fondazione istituto dramma popolare di San Miniato come manifesto della 67ª Festa del Teatro dello Spirito.

Lo spettacolo, andato in scena in anteprima assoluta giovedì 18 luglio per la regia di Roberto Guicciardini, è tratto da La tomba di Antigone, unico testo teatrale della filosofa spagnola Marìa Zambrano (1904-1991). L’eroina sofoclea diventata paladina delle leggi non scritte del sangue, torna a parlare dal sepolcro nel quale è stata rinchiusa, per annunciare la Legge Nuova. La legge del cuore.

La ragione di Stato e la ragione del cuore

La tragedia di Sofocle rappresenta l’eterno contrasto tra oikos e polis, tra casa e Stato, tra interessi personali e interessi della collettività. Polinice, morto per mano del fratello Eteocle, entrambi imprigionati nella ricerca della verità assoluta, della ragione pura, della legge, viene condannato all’insepoltura per aver attaccato Tebe, la sua città.

La sua colpevolezza è fuor di dubbio: chi minaccia la polis è sempre colpevole. Come è colpevole chi non celebra il rito per i morti, lasciandone insepolto il corpo. E Antigone, come sorella, non può accettare la condanna all’insepoltura del fratello: come cittadina non può che condividerla. È qui la tragedia, nel contrasto insolubile che solo nella morte vede un’uscita possibile. La tomba di Antigone di Marìa Zambrano inizia proprio adesso, quando le porte del sepolcro nel quale Antigone viene rinchiusa per offesa allo Stato, si chiudono alle sue spalle.

La Nuova Legge

Antigone, figlia di Edipo e Giocasta, figlia dell’incesto, sorella di Eteocle e Polinice, gemelli fratricidi. Antigone, l’anti genos, la “mal nata”, il frutto dell’errore, si fa nell’opera della Zambrano la portatrice dei valori legati al sangue: la famiglia, l’amore, la solidarietà, la fraternità. È il centro verso cui divergere, confessore di tutti i personaggi della tragedia che, come in una veglia funebre, scendono nel sepolcro per incontrarla. Non lo fanno per renderle omaggio, per consolarla, lei fanciulla mai sposa e mai madre, ma per trovare una risposta.

È la redenzione che cercano. «Tu sei il luogo nel quale si nasce del tutto», le confida il padre Edipo, «aiutami figlia a nascere». Non è una veglia di morte ma un canto alla vita. Zambrano fa parlare Antigone, in un momento liminale tra la non più vita e la non ancora morte, per far rivivere per un’ultima volta tutti i personaggi. Le loro azioni vengono così riviste alla luce della Legge Nuova, come la chiama Antigone.

La legge dell’Amore, la legge del cuore che è di questa terra. Un cuore che bisogna «andare a cercare, perché si perde». Bisogna scendere anche nelle viscere dell’anima per trovarlo, «entrarsene con lui dove più si addensano le ombre, ridursi fino a giungere con lui nella stanza segreta in cui la luce si accende». Antigone è dunque l’intermediaria tra cuore e ragione: è quella forza da andare a cercare anche quando sembra impossibile trovarla, nel buio dell’esistenza.

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