di Mauro COLOMBO
Redazione

Nel mondo del ciclismo Laurent Fignon – ucciso a 50 anni dal cancro, il male fatale ad altri campioni francesi (Bobet, Anquetil, Rivière…) – era una mosca bianca. Quando si affacciò alla ribalta, all’inizio degli anni Ottanta, il prototipo del corridore era ancora quello classico, aspetto semplice e poche parole. Naturale, quindi, che questo parigino dall’occhialino intellettuale e dall’eloquio forbito (non per niente lo chiamavano “Il Professore”) si elevasse dalla media.
Naturale anche che, partito come gregario di Bernard Hinault, riuscisse quasi subito a mettere in mostra la personalità – oltre che la classe – per conquistare la leadership della corazzata Renault quando il grande bretone litigò con il suo mentore Guimard e se ne andò sbattendo la porta. Fignon vinse un Tour de France a 23 anni, poi un altro, battendo proprio l’ex capitano Hinault. E successivamente vinse anche un Giro d’Italia, due Milano-Sanremo e una Freccia Vallone.
Malgrado un tale palmarès, Fignon rischia di essere ricordato, più che per le sue vittorie, per due sconfitte. La prima fu al Giro d’Italia del 1984, quando Francesco Moser, mettendo a frutto la sua annata più strepitosa e il vantaggio tecnologico garantito dalle ruote lenticolari, gli sfilò la maglia rosa nell’ultima tappa, la cronometro che arrivava all’Arena di Verona. Epilogo simile a quello del Tour del 1989, quando fu l’americano Greg Lemond a soffiargli la maglia gialla nella cronometro conclusiva per soli 8 secondi, il distacco tra primo e secondo più esiguo mai registrato nella storia della Grande Boucle.
Due sconfitte brucianti, che Fignon assorbì con eleganza e dignità, solo erroneamente scambiate per alterigia. La stessa eleganza e la stessa dignità con cui ha corso la sua ultima competizione, nella consapevolezza che l’esito era già segnato. Nel mondo del ciclismo Laurent Fignon – ucciso a 50 anni dal cancro, il male fatale ad altri campioni francesi (Bobet, Anquetil, Rivière…) – era una mosca bianca. Quando si affacciò alla ribalta, all’inizio degli anni Ottanta, il prototipo del corridore era ancora quello classico, aspetto semplice e poche parole. Naturale, quindi, che questo parigino dall’occhialino intellettuale e dall’eloquio forbito (non per niente lo chiamavano “Il Professore”) si elevasse dalla media.Naturale anche che, partito come gregario di Bernard Hinault, riuscisse quasi subito a mettere in mostra la personalità – oltre che la classe – per conquistare la leadership della corazzata Renault quando il grande bretone litigò con il suo mentore Guimard e se ne andò sbattendo la porta. Fignon vinse un Tour de France a 23 anni, poi un altro, battendo proprio l’ex capitano Hinault. E successivamente vinse anche un Giro d’Italia, due Milano-Sanremo e una Freccia Vallone.Malgrado un tale palmarès, Fignon rischia di essere ricordato, più che per le sue vittorie, per due sconfitte. La prima fu al Giro d’Italia del 1984, quando Francesco Moser, mettendo a frutto la sua annata più strepitosa e il vantaggio tecnologico garantito dalle ruote lenticolari, gli sfilò la maglia rosa nell’ultima tappa, la cronometro che arrivava all’Arena di Verona. Epilogo simile a quello del Tour del 1989, quando fu l’americano Greg Lemond a soffiargli la maglia gialla nella cronometro conclusiva per soli 8 secondi, il distacco tra primo e secondo più esiguo mai registrato nella storia della Grande Boucle.Due sconfitte brucianti, che Fignon assorbì con eleganza e dignità, solo erroneamente scambiate per alterigia. La stessa eleganza e la stessa dignità con cui ha corso la sua ultima competizione, nella consapevolezza che l’esito era già segnato.

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