Al capitano del Milan il premio intitolato al grande campione dell'Inter


Redazione

28/10/2008

di Mauro COLOMBO

A distinguerli sono due colori, il rosso e l’azzurro abbinati al nero. Per il resto, sono più i punti di contatto che quelli di separazione: il numero di maglia, il 3; l’area di gioco, la fascia sinistra; la propensione a intendere il ruolo in chiave offensiva, oltre che difensiva; la bellezza del tratto fisico; l’eleganza dei gesti; la correttezza dei modi; la fascia bianca di capitano al braccio; la lunga militanza in Nazionale, che li ha portati, in tempi diversi, al record di presenze in azzurro.

Ieri a Milano Paolo Maldini ha ricevuto il “Premio Internazionale Giacinto Facchetti, il bello del calcio”, voluto dalla Gazzetta dello Sport d’accordo con i familiari del grande “Cipe” all’indomani della sua prematura scomparsa, il 4 settembre 2006. Al simbolo del Milan un riconoscimento intitolato a una “bandiera” dell’Inter. Ma l’accostamento non stona affatto, e non solo per le similitudini di cui si diceva.

Quelle di Facchetti e Maldini sono storie parallele di fedeltà. A due squadre innanzitutto: solo l’Inter per Giacinto, nient’altro che il Milan per Paolo. Una fedeltà che per Facchetti è andata oltre il campo e l’ha portato a scalare i vertici dirigenziali della società fino alla presidenza. Una fedeltà che Maldini manifesta ancora oggi, a 40 anni, all’interno del rettangolo verde, e domani si vedrà.

Ma è una fedeltà che per entrambi si allarga ad abbracciare un ideale di sport forse un po’ démodé, di cui però si avverte grande bisogno. Facchetti e Maldini hanno fatto del calcio la loro vita innanzitutto perché a loro piaceva giocare al pallone, senza pensare a quanto poteva comportare in termini di guadagni, agio e fama. Educati in questo da una famiglia modesta, ma rigorosa, nel caso di Facchetti, e da un padre a sua volta campione nel caso di Maldini.

Per questo Facchetti e Maldini sono “trasversali”, amati da tutti oltre le contrapposizioni del tifo. Per questo, al terzo anno, il “Facchetti” – dopo l’esempio di coraggio offerto dal paraguaiano Gonzales (calciatore del Vicenza che ha perso un braccio a causa di un incidente stradale) e il messaggio di pace rappresentato da Khalef (capitano dell’Iraq vincitore della Coppa d’Asia malgrado la guerra che l’ha squassato – ha premiato Maldini, modello di sportività d’altri tempi che fa bene al nostro tempo.

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