Redazione

«Il capitano è grande quando fa grande la sua squadra»,
ha spiegato, ed è coraggioso quando lavora responsabilmente
«per mettere lo sport al servizio dell’uomo. Perché solo
allora potrà diventare scuola e palestra di vita»

«Uno sport sano, pulito, etico, umano e umanizzante, perché capace di mettere al centro l’uomo in tutti i suoi valori, non solo quelli atletici». Al Natale degli Sportivi 2007 èrisuonato per tre volte l’auspicio rivolto agli ottomila presenti dal cardinale Tettamanzi. «Vi ringrazio per aver accolto così numerosi il mio invito. Parlo a tutti e a ciascuno, ai grandi e ai piccoli, ai capitani e alle squadre», ha sottolineato l’Arcivescovo, accolto con grande entusiasmo e accompagnato da monsignor Gianni Zappa (Moderator Curiae), monsignor Severino Pagani (vicario episcopale per la Pastorale giovanile), don Massimiliano Sabbadini (presidente della Fom), don Armando Cattaneo (vicario episcopale della zona V) e don Davide Milani (responsabile dell’Ufficio diocesano comunicazioni sociali).

Prendendo spunto da un passaggio della lettera di Pietro, il Cardinale ha esortato gli sportivi a essere «umili e pronti a servire gli altri». «Lo sport è un crocevia formidabile tra grandezza e umiltà – ha sottolineato -. La grandezza dell’atleta che sprigiona tutte le sue potenzialità per raggiungere i traguardi più alti, ma anche l’umiltà dello sforzo, della costanza, del coraggio, della capacità di riconoscere i propri errori e di ricominciare da capo».

In un momento caratterizzato da fenomeni che «inquinano e deturpano gli stadi e le strade con la violenza, lo scontro immotivato, la trasgressione delle regole del vivere civile e la delinquenza che offende tutti e tutti inquieta», per parlare ai “capitani coraggiosi” Tettamanzi si è calato nel ruolo di “capitano” della Chiesa ambrosiana: «Siate un esempio per tutti. Il capitano deve prestare costante dedizione alla sua squadra. Il capitano è grande quando fa grande la sua squadra», lavorando con passione «per renderla armonica, dinamica, vincente». Il coraggio è quello «di essere diversi e alternativi, per mettere lo sport al servizio dell’uomo. Perché solo allora potrà diventare scuola e palestra di vita».

L’Arcivescovo è poi tornato sul richiamo alla responsabilità di tutti «per rendere più bella la nostra comunità cristiana e più umana la nostra comunità civile» lanciato in occasione del Discorso di Sant’Ambrogio. Una responsabilità da esercitare «anche nel mondo dello sport», con quell’energia «che viene dal profondo del cuore che ama Dio e il prossimo», per uno sport che sia appunto «sano, pulito, etico, umano e umanizzante». (m.c.)

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