Redazione

Svizzera 1954. Anche stavolta gli azzurri affondano appena salpati, eliminati dai modesti elvetici, il cui modulo catenacciaro si fa beffe delle velleitarie idee del nostro Ct, l’ungherese Lajos Czeizler. È un mondiale ricchissimo di gol. Alla finale, giocata sotto il diluvio, approdano la tosta Germania Ovest e la favoritissima Ungheria, fresca olimpionica, una delle squadre più forti di sempre, che ha già lasciato un’impronta indelebile sul torneo e cerca la consacrazione definitiva. Puskas e compagnia partono in quarta e vanno sul 2-0 in un amen. Qui accade l’imprevedibile: mattone dopo mattone, le formiche tedesche rimettono in sesto la baracca, lasciano sfogare i più quotati magiari (che colpiscono anche due pali) e chiudono il conto negli ultimi minuti, in virtù di una superiorità atletica sospetta. Triste il destino di entrambe le squadre. Tutti i tedeschi, nel giro di qualche settimana, verranno falcidiati da una misteriosa forma di epatite: si sente puzza di doping lontano un miglio, ma la medicina dell’epoca non ha armi per smascherare il trucco. La meravigliosa Ungheria incompiuta si disintegrerà sotto il peso dei carri armati russi nel 1956.

Svezia 1958. Il VI Mondiale passa alla storia per l’esplosione del 18enne Pelé e l’assenza dell’Italia. Per la prima e unica volta gli azzurri mancano la qualificazione, clamorosamente eliminati dalla mediocre Irlanda del Nord. In Svezia fa passerella il Brasile, ridisegnato secondo canoni meno fanfaroni dall’avveduto selezionatore Vicente Feola, oriundo napoletano: schierata secondo il famoso 4-2-4, la Seleção finalmente rompe l’incantesimo. Lo sconosciuto Pelé esordisce nei quarti: firma il gol-partita col Galles, una tripletta nella semifinale con la Francia di Kopa e Fontaine (re dei bomber con 13 centri in 6 gare, primato ancora imbattuto) e una doppietta nella finalissima con i padroni di casa. La Svezia, a differenza delle precedenti edizioni, schiera in massa i suoi campioni che giocano all’estero: ma Nordahl è già passato di moda e i vari Liedholm, Gren e Skoglund sentono fatalmente il peso degli anni.

Cile 1962. Il torneo più desolante: lo organizza il Cile in sostituzione dell’Argentina, alle prese con una bollente situazione interna. L’Italia è nel mirino: i cileni ce la giurano perché i nostri giornalisti descrivono senza giri di parole la povertà del Paese sudamericano. Gli azzurri, con Rivera, Sivori e Altafini, pareggiano 0-0 con una piccola Germania prima di giocare coi padroni di casa. Quel 2 giugno, a Santiago, è un’autentica corrida: i cileni la buttano in rissa, aiutati dall’ineffabile arbitro inglese Aston che provvede prontamente a cacciare dal campo gli azzurri che non ci stanno (Ferrini e David). Ridotta in nove, l’Italia capitola e finisce la sua corsa. Il Brasile perde per infortunio Pelé e punta su Garrincha, gambe rachitiche e inventiva geniale, le cui giocate illuminano la rassegna. In semifinale i locali gli riservano il solito trattamento speciale: l’estroso fuoriclasse cade nella trappola e viene espulso, ma il Brasile vince lo stesso. In finale i campioni in carica si confermano contro la Cecoslovacchia di Masopust, grazie anche agli errori del portiere Schroiff. Gioca pure Garrincha: la sua squalifica viene “congelata” in nome del buonsenso.

Inghilterra 1966. Per gli inglesi è l’estate di Bobby Charlton, per noi è l’estate di Pak Doo Ik. Alla vigilia del Mondiale la Coppa Rimet viene trafugata dalle austere stanze della Football Association: la ritrova un bastardino di nome Pickles. L’avventura dell’Italia, affidata all’emergente Edmondo Fabbri, si conclude con una disfatta che ha molte concause. Si gioca in luglio e i nostri sono alla frutta. Fabbri, buon tecnico, ma omarino debole, si fa prendere dal panico e commette errori a raffica: non convoca Corso e Picchi, aggrega Riva solo come turista; preferisce gli amati bolognesi agli interisti vincitutto. Così va incontro al suo destino: batte stentatamente i cileni (che lontano da casa non mordono) e perde dai sovietici dopo aver sballato la formazione. Con la Corea del Nord, definita da Valcareggi «una squadra di Ridolini», Fabbri punta sui suoi pupilli felsinei: ma Bulgarelli, che è mezzo rotto, s’infortuna quasi subito, lasciando la squadra in dieci (non ci sono ancora le sostituzioni), mentre Perani scialacqua palle-gol a raffica. Al 42’ il famoso odontotecnico coreano fa secco Albertosi. Basterebbe un pari, ma gli azzurri perdono malamente e fanno le valigie, tra le risate degli inglesi e i pomodori degli italiani. Inghilterra e Germania giungono a Wembley scambiandosi arbitraggi favorevoli e beffando il forte Portogallo di Eusebio. La gara si risolve ai supplementari grazie al celebre gol fantasma di Geoff Hurst, giocatore modesto che passa alla storia come l’unico triplettista di una finale iridata: la palla sbatte sulla traversa e rimbalza in campo, ma il guardalinee sovietico Bakhramov convince l’arbitro svizzero Dienst ad assegnare il punto. Le moviole, anni dopo, lo sconfesseranno.

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