Bando ai luoghi comuni che li definiscono "incapaci di impegnarsi"; al contrario, non vanno relegati ai margini, ma devono esser sempre più investiti di ruoli di responsabilità. L'importanza di una alleanza con famiglia e scuola

di Giancarlo VALERI Presidente Csi Milano
Redazione

Si parla molto dei giovani. Purtroppo l’aspetto trattato riguarda nella maggior parte dei casi episodi di bullismo, devianza, dipendenza… Non si parla, invece, dei giovani in chiave positiva, quando si rendono protagonisti di iniziative degne di considerazione, tra cui quelle sportive.
Nel 1998 dall’Assemblea straordinaria della Cei arrivò un messaggio di entusiasmo, la volontà di scommettere sui giovani. Quel messaggio è di estrema attualità ancora oggi. Il cardinale Ruini, nel suo intervento di apertura, sosteneva che «la debolezza della proposta educativa di molte famiglie e istituzioni comporta per comunità parrocchiali, associazioni, movimenti, un aumento di dedizione e di responsabilità. Nell’accostare i giovani servono fiducia, sincerità, amicizia e soprattutto occorre una genuina testimonianza di vita che faccia toccare con mano come il Vangelo può diventare realtà concreta». La Chiesa riaccendeva, dunque, i riflettori sulla “questione educativa”, una questione importante e fondamentale per la società di ieri e di oggi, che fatica, tuttavia, a trovare risposte concrete. Questa sfida ci coinvolge e appassiona.
Oggi, più che mai, il Csi sente e vive la dimensione educativa attraverso l’operato delle sue società: realtà dove lo sport è uno strumento, mentre il fine è quello di vivere esperienze capaci di educare alla vita. La sfida dei giovani è sempre stata la sfida del Csi: lo è nell’esperienza quotidiana, avvalorata dai principi espressi dallo Statuto e dal Patto associativo, ovvero dalla Carta costituzionale della nostra associazione. Oggi assistiamo a un fenomeno di allontanamento dei giovani dall’attività sportiva: per questo siamo chiamati a dedicare più attenzione e passione ai ragazzi, abbandonando i soliti luoghi comuni che li definiscono “incapaci di impegnarsi” e “persone con poca voglia di fare”. Al contrario, i giovani devono esser sempre più coinvolti, e investiti di ruoli di responsabilità. Bisogna dare loro fiducia, non relegarli ai margini. Dobbiamo imparare a non abbandonarli se deludono o tradiscono le nostre attese. Sappiamo quanto lo sport piaccia ai giovani e siamo consapevoli di avere per le mani uno strumento straordinario, in grado di generare disponibilità e coinvolgimento.
Accanto a noi desidereremmo avere altre realtà: in primis le famiglie e la scuola. A tal proposito vorrei affermare una convinzione, nata dalla mia esperienza prima come genitore, poi come presidente di società e infine, come dirigente Csi: il binomio scuola e sport non è impossibile, anzi è vincente se impostato in maniera corretta. Immancabilmente, a ogni inizio di anno scolastico e sportivo, i genitori sono assaliti dal “virus” dell’ansia, che li porta a chiedersi: non saranno troppi gli impegni? L’attività sportiva non influirà negativamente sull’impegno e sui risultati scolastici? Un timore lecito e doveroso, che assilla non pochi genitori al momento dell’iscrizione del proprio figlio a una società sportiva. Un timore che, il più delle volte, non trova riscontro nella realtà.
Avere più tempo per studiare non significa studiare di più o con maggiore intensità: tranne rarissime eccezioni, si verifica l’esatto contrario. Avere più tempo a disposizione, in particolare durante i week-end, si traduce spesso in pomeriggi trascorsi a bighellonare in casa o per strada all’insegna del “tanto non ho nulla da fare”. Invece, quando un ragazzo assume impegni precisi e a scadenza fissa (in particolare per attività gratificanti quali lo sport) è spinto a investire meglio il tempo riservato allo studio per poi dedicarsi agli allenamenti o alla partita di campionato. Fare qualcosa di piacevole risulta funzionale anche ad attività meno gratificanti, quali i compiti o lo studio.

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