Lo scalatore che in coppia con Lino Lacedelli conquistò nel 1954 la seconda vetta al mondo è morto oggi ad Aosta. Aveva 94 anni

Mauro COLOMBO
Redazione

Achille Compagnoni è stato uno dei due uomini saliti per primi sulla vetta del K2, la seconda montagna più alta al mondo. Nel momento della sua morte – avvenuta stamane, a 94 anni, all’ospedale di Aosta – è giusto ricordarlo così, mettendo per un attimo da parte i veleni che avvolsero quell’impresa.
Originario di Santa Caterina Valfurva (Sondrio), sul tetto del mondo Compagnoni ci arrivò grazie alla fama di grande alpinista che lo accompagnava nei primi anni Cinquanta (aveva scalato più volte il Cervino per vie diverse). Nel 1954 Ardito Desio lo convocò a far parte della spedizione-K2 e poi lo indicò come suo “braccio destro”. Durante l’ascesa Compagnoni si distinse per la sua resistenza, tanto da essere scelto per l’attacco finale alla vetta, che raggiunse il 31 luglio, lungo lo Sperone Abruzzi, insieme a Lino Lacedelli. Una conquista pagata con il congelamento di alcune dita delle mani.
A quanto accadde nelle ore decisive dell’impresa – lo spostamento dell’ultimo campo, il mancato ricongiungimento con Walter Bonatti e l’hunza Mahdi (saliti fino oltre gli 8000 metri per portare a Compagnoni e Lacedelli le bombole d’ossigeno, che si rivelarono determinanti per il successo finale) e il conseguente bivacco notturno a cui i due compagni di cordata furono costretti – può non essere estraneo il deficit di lucidità che inevitabilmente assale chi si spinge oltre quelle altitudini.
Decisamente più amaro è stato il seguito di polemiche, sospetti, accuse, ricostruzioni e contro-ricostruzioni arrivato fino in tribunale, che per oltre mezzo secolo ha macchiato una delle massime glorie nazionali. Qualche anno fa il Cai ha dato ragione a Bonatti, riconoscendo la sua buona fede e il decisivo contributo da lui portato per la conquista della vetta. Ma sulla disputa infinita pesò soprattutto la forte personalità di Desio (a cui Compagnoni era legatissimo) e la sua volontà di certificare la “propria” verità, contro ogni logica ed evidenza. E anche contro qualsiasi possibilità di riappacificazione tra i tre protagonisti di quella straordinaria e drammatica avventura. Nel momento dell’addio a Compagnoni, è forse questo il rammarico maggiore. Achille Compagnoni è stato uno dei due uomini saliti per primi sulla vetta del K2, la seconda montagna più alta al mondo. Nel momento della sua morte – avvenuta stamane, a 94 anni, all’ospedale di Aosta – è giusto ricordarlo così, mettendo per un attimo da parte i veleni che avvolsero quell’impresa.Originario di Santa Caterina Valfurva (Sondrio), sul tetto del mondo Compagnoni ci arrivò grazie alla fama di grande alpinista che lo accompagnava nei primi anni Cinquanta (aveva scalato più volte il Cervino per vie diverse). Nel 1954 Ardito Desio lo convocò a far parte della spedizione-K2 e poi lo indicò come suo “braccio destro”. Durante l’ascesa Compagnoni si distinse per la sua resistenza, tanto da essere scelto per l’attacco finale alla vetta, che raggiunse il 31 luglio, lungo lo Sperone Abruzzi, insieme a Lino Lacedelli. Una conquista pagata con il congelamento di alcune dita delle mani.A quanto accadde nelle ore decisive dell’impresa – lo spostamento dell’ultimo campo, il mancato ricongiungimento con Walter Bonatti e l’hunza Mahdi (saliti fino oltre gli 8000 metri per portare a Compagnoni e Lacedelli le bombole d’ossigeno, che si rivelarono determinanti per il successo finale) e il conseguente bivacco notturno a cui i due compagni di cordata furono costretti – può non essere estraneo il deficit di lucidità che inevitabilmente assale chi si spinge oltre quelle altitudini.Decisamente più amaro è stato il seguito di polemiche, sospetti, accuse, ricostruzioni e contro-ricostruzioni arrivato fino in tribunale, che per oltre mezzo secolo ha macchiato una delle massime glorie nazionali. Qualche anno fa il Cai ha dato ragione a Bonatti, riconoscendo la sua buona fede e il decisivo contributo da lui portato per la conquista della vetta. Ma sulla disputa infinita pesò soprattutto la forte personalità di Desio (a cui Compagnoni era legatissimo) e la sua volontà di certificare la “propria” verità, contro ogni logica ed evidenza. E anche contro qualsiasi possibilità di riappacificazione tra i tre protagonisti di quella straordinaria e drammatica avventura. Nel momento dell’addio a Compagnoni, è forse questo il rammarico maggiore.

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