Il 29 maggio 1953 Edmund Hillary e Tenzing Norgay raggiungevano la cima della montagna più alta del mondo

di Mauro COLOMBO

Everest

«E adesso? Che ci resta da fare?», scriveva Dino Buzzati all’indomani della conquista dell’Everest, il 29 maggio 1953, da parte dell’alpinista neozelandese Edmund Hillary e dello sherpa nepalese Tenzing Norgay.

Dopo le infruttuose spedizioni degli anni Venti e Trenta, il merito della prima ascensione sul gigante himalayano di 8848 metri – Sagarmatha (madre dell’esistenza) per i nepalesi e Chomolungma (madre dell’universo) per i tibetani – toccò alla cordata inglese guidata da John Hunt. Hillary e Norgay raggiunsero la vetta dal Colle Sud e dalla cresta Sud-Est, itinerario obbligato dato che il versante nord era chiuso da anni per motivi politici. Giunti in cima, come ringraziamento Hillary pose nella neve una croce, mentre Tenzing lasciò biscotti e cioccolato. Rimasero sulla vetta un quarto d’ora. «Salendo, ebbi più di una volta l’impressione che non ce l’avremmo fatta – raccontò poi Hillary -. Ma, insieme, la convinzione che, mettendocela tutta, avremmo anche potuto arrivare».

Che fosse la “prima volta” dell’uomo sul tetto del mondo lo si è affermato con assoluta certezza fino al ritrovamento, nel 1999, del cadavere di George Mallory, l’alpinista inglese scomparso nel 1924 mentre cercava di violare la cima. Mallory, perito insieme al compagno di cordata Andrew Irvine, morì prima o dopo aver raggiunto la vetta? Il quesito non ha mai turbato Hillary, scomparso nel 2008 (Tenzing è morto nel 1986). «A dire il vero, una ascesa non è completa se, oltre ad arrivare in vetta, uno scalatore non torna sano e salvo alla base di partenza – precisava il baronetto (titolo conferitogli dalla regina Elisabetta) -. In ogni caso ho goduto della fama di conquistatore dell’Everest per 46 anni, posso accontentarmi…».

Nell’era moderna, tra piccozze al titanio e telefoni satellitari, l’Everest ha perso parte del suo fascino. Attrezzata con corde fisse, la scalata non è considerata tra le più difficili e anzi, con il proliferare delle spedizioni commerciali, si può arrivare in vetta con relativa semplicità. «Rispetto ai miei tempi sono cambiate tecniche e attrezzature – ammetteva Hillary -. Penso però che per la spinta ideale, la forza e le motivazioni gli alpinisti della mia generazione non siano dissimili da quelli di oggi». A questi ultimi spesso raccomandava: «Alcuni affrontano un’avventura certi di poterla condurre a termine vittoriosamente: ma se c’è la sicurezza di farcela, che gusto c’è? Perché non provare qualcosa di più difficile?». Per Hillary, in effetti, la montagna ha sempre rappresentato «il senso dell’avventura, una sfida per mettermi alla prova. Conquistare una cima dava la misura del mio valore». Ma tutta la vita di Hillary è stata un’avventura, dalle puntate ai Poli sino alle risalite in idrogetto dei grandi fiumi della terra. Ogni spedizione era anche l’occasione per ricerche, studi, indagini a metà strada tra lo sport e la scienza.

E nessuno farà mai quanto ha fatto lui in favore degli sherpa, popolo misterioso e affascinante: un grande progetto umanitario a beneficio dei villaggi himalayani, che ha portato alla costruzione di scuole, ospedali, strade, ponti, acquedotti, aeroporto e al restauro del monastero di Tengpoche. «Ho sempre nutrito molta ammirazione e molta simpatia per gli sherpa – confessava Hillary, che fu anche rappresentante speciale dell’Unicef per i bambini dell’Himalaya -. Sono uomini straordinari, di grande forza e con un notevole senso dell’umorismo. All’epoca delle mie prime spedizioni, in quelle terre mancava qualsiasi tipo di servizio sociale. Per questo mi sono sentito in dovere di fare qualcosa per loro».

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