I Comuni costretti a usare le forbici per le spese legate ad attività o impianti sportivi. Ma più soldi allo sport equivalgono a meno costi nella sanità

di Leo GABBI

campo di calcio

Il momento, si sa, non è dei più propizi, ma adesso si esagera. La crisi globale, quella italiana, i tagli e la mancanza di fondi, oltre alle recenti sforbiciate della manovra Monti, stanno rendendo sempre più precario il movimento sportivo italiano. Non passa giorno che non si sentano società di calcio, basket o volley arrendersi davanti a bilanci da “profondo rosso”. Ormai i mecenati di un tempo hanno abbandonato palestre e campi sportivi e anche quelli che resistono lo fanno a denti stretti, invocando il fair-play finanziario per calmierare costi e stipendi degli atleti. Di più: certe discipline rischiano il tracollo totale, come l’ippica, con scioperi a oltranza degli ippodromi e centinaia di cavalli purosangue non più destinati alle piste, ma ai macelli.

Di fronte a questo bagno di sangue, i Comuni italiani fanno quello che possono e spesso, per non tagliare su sanità, scuola e altri servizi essenziali per il cittadino, sono costretti a usare le forbici per le spese legate ad attività o impianti sportivi. Da qui una piccola grande rivolta che alcuni professionisti, insegnanti di educazione fisica e istruttori hanno inscenato partendo dal Veneto. «Lo sport è una grande agenzia educativa – dicono -, perciò i tagli allo sport equivalgono a tagli alla collettività». Non vanno meglio le cose in Lombardia, da sempre leader sul fronte dei praticanti, con 10 mila società sportive nelle varie discipline, 33 mila tecnici e oltre 800 mila atleti. Già nel 2011 il Pirellone aveva quasi dimezzato i fondi, passati dai 7 milioni del 2010 ai 4 dell’anno successivo, ma nel 2012 si rasenta il baratro: solo 300 mila euro sui 23 miliardi di bilancio complessivo, sperando ardentemente in qualche manovra di assestamento di metà anno che, come in passato, possa dare un po’ di ossigeno a una situazione che Pierluigi Marzorati, ex campione del basket canturino e oggi numero uno del Coni regionale, definisce senza mezzi termini «drammatica».

Ma la situazione è tragica ovunque: in Puglia la Regione, per la promozione degli eventi sportivi, potrà stanziare quest’anno 170 mila euro rispetto al milione di euro del 2011. Ora si pensa agli sponsor, a quei privati che pure in questo periodo hanno le loro gatte da pelare per pagare gli stipendi ai propri dipendenti, ma che annoverano sicuramente atleti in erba tra i figli di padroni e operai. Qualche risorsa arriverà da loro, ma sono interventi a macchia di leopardo, non strutturali, che possono evaporare da un momento all’altro.

Eppure basterebbe, come ha fatto notare qualche giorno fa Il Corriere della sera, che lo Stato facesse una semplice equazione: più soldi allo sport equivalgono a meno costi alla sanità, nel senso che se gli sportivi italiani venissero maggiormente incoraggiati a tenersi in forma, si avrebbero per esempio meno patologie cardiocircolatorie e meno traumi muscolari, ma anche meno diabetici e meno bambini obesi. Equazione quasi elementare, ma se si ragiona solo con le forbici in mano il rischio è di far morire lo sport, un pezzettino alla volta.

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