Le debolezze del sistema economico dipendono dalla struttura dell’apparato produttivo

di Vincenzo Ferrante
Ordinario di Diritto del lavoro nell’Università Cattolica di Milano - Partner dello Studio Legale Daverio & Florio

ricerca di lavoro

Malgrado le numerose riforme di legge che si sono succedute negli ultimi anni, il tasso di disoccupazione resta in Italia particolarmente elevato e colpisce in maniera severa soprattutto i giovani e le donne, facendo anzi registrare in queste due aree valori che si collocano fra i bassi in Europa in assoluto.

Al di là delle differenze di approccio mostrate dai vari governi, sembra mancare ancora un’idea chiara delle esigenze e delle direttrici di intervento, di modo che il dibattito spesso si concentra su aspetti in fondo secondari (se non marginali).

Eppure le caratteristiche del mercato del lavoro italiano restano ancor’oggi quelle già indicate alla fine degli anni ‘90 e poi sintetizzate nel “libro bianco” nell’ottobre 2001, redatto da un gruppo di lavoro di economisti e giuristi capeggiati da Marco Biagi: scarsa partecipazione dei potenziali soggetti attivi, con ridottissimi tassi di occupazione per donne e giovani; lavoro tendenzialmente poco remunerato (anche per le qualifiche medio-alte); competizione basata soprattutto sull’informalità assoluta, che domina nelle imprese piccole e/o familiari e nel lavoro in cooperativa, in assenza di produzioni industriali ad alto valore aggiunto.

Nell’agosto 2008, al rallentare della crescita conseguente alla crisi dei mutui subprime, queste perduranti debolezze, venute meno le commesse estere, hanno messo a nudo la fragilità del sistema italiano, mostrando come, al di là della cassa integrazione (che in quel periodo fu concessa senza regole precise), non sussisteva alcuna forma di ammortizzatore di applicazione generale, né in ordine ai rischi da disoccupazione, né quanto alle prestazioni familiari, né quanto all’accesso all’abitazione. Situazione drammatica, quindi, cui hanno fatto fronte, in misura spesso insufficiente, gli enti territoriali (comuni e regioni) e molte volte la carità, pubblica o individuale.

Non si può dire tuttavia che il sistema sia rimasto del tutto invariato negli ultimi venti anni: molte azioni di correzione sono state intraprese, sebbene – ed è questo il punto – con lentezza estrema e senza ancora giungere al risultato di modificare il quadro complessivo.

In conclusione, sembra di poter dire che le debolezze del sistema economico sono del tutto intrinseche e dipendono dalla struttura dell’apparato produttivo.

Semmai si tratta di intervenire alla periferia del sistema, mediante correttivi rigorosi: si deve ricordare come il pensionamento, oramai da quasi venti anni, non sia incompatibile con il lavoro, autonomo o anche subordinato. A riguardo appare evidente come il venir meno del tradizionale divieto di cumulo di pensione e retribuzione (eliminato a fronte delle esigenze di cassa dell’Inps, ma anche dell’incapacità degli apparati di vigilanza amministrativa di contrastare il lavoro nero) non possa che danneggiare l’occupazione giovanile, giustificando peraltro il pagamento della pensione anche a chi per definizione non si trova in una situazione di bisogno economico, poiché gode comunque di un reddito da lavoro. A riguardo una riduzione (anche temporanea) dell’importo della pensione sarebbe una misura di equità del tutto logica, che di certo non si esporrebbe ad alcuna censura di costituzionalità.

L’elenco delle altre misure correttive parte dal risveglio della pubblica amministrazione, che non si è sottratta al processo di generale invecchiamento dei lavoratori: si tratterebbe, dopo quasi un ventennio di blocco delle assunzioni, di lanciare un programma di innovazione tecnologica e gestionale degli enti pubblici. Il settore dei musei e delle istituzioni culturali ha dimostrato bene come, quando si passi ad una gestione mirata (quanto meno) al pareggio di bilancio, il pubblico proceda a passo di marcia, lasciandosi spesso indietro i soggetti privati per capacità di attrattiva e di innovazione. Si tratterebbe, peraltro, non solo di valorizzare, come si suol dire, le “bellezze del Paese”, ma di modernizzare tutte le istituzioni, a partire dagli enti locali e dalle strutture ministeriali.

A fronte delle debolezze dell’apparato burocratico, appare indispensabile, in primo luogo, un miglioramento dell’efficienza della spesa: è esperienza quotidiana la assoluta disomogeneità del tipo di impegno che viene chiesto ai dipendenti pubblici. Mentre in alcuni uffici (si pensi ad esempio ad alcuni ospedali) il carico di lavoro impedisce di fatto ai lavoratori di poter fruire di tutte le ferie previste dalla legge, vi sono viceversa lavoratori pubblici che possono permettersi lunghe pause caffè e orari di servizio “fai da te”. Le tante vicende dei “furbetti del cartellino”, invero, non dimostrano solo un’inclinazione alla truffa dei singoli, ma una carenza di efficienza spaventosa di alcuni enti pubblici, posto che in una istituzione dove tutti lavorano l’assenza di un collega viene subito notata.

A riguardo appare indispensabile, invero, che si costituisca a livello nazionale (per esempio presso l’Aran, l’agenzia che già rappresenta al tavolo contrattuale le amministrazioni) un pool di (veri) esperti che possa indirizzare le scelte delle singole amministrazioni, o mediante l’emanazione di istruzioni mirate, o anche con una consulenza per i singoli casi. Si tratta di una funzione antica, attuata in passato mediante pareri e circolari, che oramai da decenni appare del tutto dismessa, per l’evidente carenza dell’azione di governo sul momento esecutivo di applicazione delle leggi.

È solo il tradizionale pregiudizio verso i dipendenti pubblici che impedisce di vedere, anche in una prospettiva attenta alla produttività della spesa, come l’investimento più produttivo sia rappresentato dalle assunzioni (e non certo da misure assistenziali) venendosi peraltro così a colmare un gap che tiene lontana l’Italia da altri Paesi continentali a noi vicini (in primis, la Francia dove i dipendenti pubblici sono quasi il doppio dei nostri).

Altre misure potrebbero inoltre risultare determinanti, quali un sistema di leggi più chiare e meno ambigue; un processo capace di assicurare soddisfazione ai titolari di un diritto; servizi pubblici più efficienti e più attenti alle esigenze di chi ha meno; e una politica di contrasto alla povertà.

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