Integrazione invece che esclusione, cultura del dialogo e capacità di generare

di Gianfranco GARANCINI

Papa Francesco

Ormai è una tradizione: quando papa Francesco torna da uno dei suoi viaggi pastorali (settimana passata era stato in Romania), sull’aereo del ritorno tiene una conferenza stampa con i giornalisti che lo hanno seguito. Neppure l’altro giorno si è sottratto a questo incontro: tra l’altro gli è stato chiesto che cosa pensi dell’attuale stato dell’Europa.

La sua conclusione è stata accorata: «Ai credenti dico: pregate per l’Europa, pregate, che il Signore ci dia la grazia. Ai non credenti chiedo l’augurio del cuore, la buona volontà, il desiderio che l’Europa torni ad essere il sogno dei Padri fondatori».

Perché?

Nel suo primo discorso al Parlamento europeo (25 novembre 2014) Francesco aveva definito l’Europa e le sue istituzioni «una famiglia di popoli»: ma già allora aveva annotato che essa «in tempi recenti sembra sentire meno proprie le mura della casa comune, talvolta innalzate scostandosi dall’illuminato progetto architettato dai Padri. Quell’atmosfera di novità, quell’ardente desiderio di costruire l’unità paiono sempre più spenti; noi figli di quel sogno siamo tentati di cedere ai nostri egoismi, guardando al proprio utile e pensando di costruire recinti particolari». Ma si era imposto di reagire: «Tuttavia sono convinto – aveva detto, continuando – che la rassegnazione e la stanchezza non appartengono all’anima dell’Europa e che anche le difficoltà possono diventare promotrici potenti di unità».

Poi, nel ricevere nel 2016, ad Aquisgrana (Aachen), davanti alla tomba di quel grande, il “premio Carlomagno” (istituito fin dal 1949 per segnalare «personalità il cui pensiero, di comune accordo, sia stato di riferimento in ambito politico, economico e spirituale»), il grido si fece più alto: «Che cosa ti è successo, Europa umanistica, paladina dei diritti dell’uomo, della democrazia e della libertà? Che cosa ti è successo, Europa terra di poeti, filosofi, artisti, musicisti, letterati? Che cosa ti è successo, Europa madre di popoli e nazioni, madre di grandi uomini e donne che hanno saputo difendere e dare la vita per la dignità dei loro fratelli?». In quell’occasione Marcel Philipp, borgomastro di Aquisgrana, tenne un discorso che papa Francesco ha ricordato ancora l’altro giorno nella conferenza-stampa sull’aereo; egli individuò – e argomentò – una serie di fattori “allarmanti” di crisi per l’Europa: «L’erosione del fondamento culturale e morale», una poco o addirittura mal governata globalizzazione, che «parla con occhi che gridano povertà, fame, malattia, guerra e morte», la erronea interpretazione e la crescente strumentalizzazione delle religioni da parte degli estremisti, un processo di progressiva chiusura dei singoli Stati nel contesto dell’Europa e dell’Europa stessa nel contesto mondiale.

Ma il Papa – che ancor oggi mostra di condividere l’analisi del borgomastro di Aquisgrana, tanto da richiamarlo insieme ai propri stessi discorsi – lanciò allora anche un “piano”, un progetto culturale (vorremmo dire) ma anche pratico e concretamente e altamente “politico”, per “aggiornare” l’idea di Europa: un “nuovo umanesimo”, basato su tre capacità, la capacità di integrare, la capacità di dialogare, la capacità di generare. Integrazione, invece che esclusione, la quale «provoca viltà, ristrettezza e brutalità. Lungi dal dare nobiltà allo spirito, gli apporta meschinità». Cultura del dialogo, per coinvolgere tutti gli attori sociali nel promuovere «una cultura che privilegi il dialogo come forma d’incontro, per realizzare “coalizioni” non più solamente militari o economiche, ma culturali, educative, filosofiche, religiose». Capacità di generare, perché tutti possono, e devono partecipare all’elaborazione e costruzione della cultura dell’Europa “aggiornata”, anche sul concreto piano dell’economia.

Ricordando settant’anni fa, quando nacquero, nelle menti e nei cuori del Padri fondatori, i germi della “nuova” Europa unita, disse il Papa il 6 maggio 2016, che l’anima dell’Europa «ha testimoniato all’’umanità che un nuovo inizio era possibile: dopo anni di tragici scontri, culminati nella guerra più terribile che si ricordi, è sorta, con la grazia di Dio, una novità senza precedenti nella storia. Le ceneri delle macerie non poterono estinguere la speranza e la ricerca dell’altro, che arsero nel cuore dei Padri fondatori del progetto europeo… L’Europa, dopo tante divisioni, ritrovò finalmente sé stessa e iniziò ad edificare la sua casa». Il Papa l’altro giorno ha ripreso, in aereo, questa sua visione: «Se l’Europa non guarda bene le sfide future, appassirà… Impariamo dalla storia, non cadiamo nello stesso buco». Pregate per l’Europa: Ma, altresì, fate: integrate, dialogate, generate.

Solo così ci potremo garantire un futuro, senza che prevalgano – come non prevalsero allora, e così ormai per settant’anni – i signori delle macerie.

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