Per 25 anni Rabbino capo della Comunità ebraica milanese, presidente emerito e onorario dell’Assemblea rabbinica italiana, è morto a 82 anni. Fu tra i promotori del dialogo ebraico-cristiano

di Annamaria BRACCINI

Maestro dell’ebraismo italiano contemporaneo, rabbino capo di diverse città italiane, uomo del dialogo, figlio della Shoah. Sono tanti i modi nei quali, in queste ore, si rivolge l’ultimo pensiero a rav Giuseppe Laras spirato a Milano dopo lunga malattia.

Sono tanti i modi perché Laras era un uomo di molti carismi e conoscenze, attenzioni e idee. Come quella che fosse oggi, più che mai necessario, trovare un terreno di confronto fecondo tra le diverse fedi, convinzioni religiose e visioni del mondo.

Era nato a Torino il 6 aprile 1935, laureato in Legge e Filosofia e Pedagogia, è stato una figura chiave, assieme al cardinale Carlo Maria Martini e a Paolo De Benedetti, del dialogo ebraico-cristiano, ma anche di quello tra cultura laica e cultura religiosa a Milano e in Italia. Presidente emerito e onorario dell’Assemblea Rabbinica Italiana – una presidenza più che ventennale -, dal 1980 al 2005 fu Rabbino Capo della Comunità Ebraica di Milano, città che considerava un’isola felice del confronto interreligioso, «grazie a figure straordinarie come il cardinale Martini» – diceva -, al quale fu legato da una pluridecennale amicizia personale, accogliendolo anche in una prima storica visita al Tempio centrale di Milano. Scherzando, una volta, notarono che avevano fatto i loro rispettivi ingressi, come Rabbino Capo e Arcivescovo, a pochi giorni di distanza nel 1980. Tra le fotografie che conservava sulla sua scrivania, una era proprio quella dell’incontro in via Guastalla.

Poi sarebbero venuti il cardinale Tettamanzi (che lo volle tra i fondatori accademici della Classe di Studi sul Vicino Oriente dell’Accademia Ambrosiana) e il cardinale Scola, con i quali coltivò amicizia e si confrontò spesso.

In precedenza, Laras era stato alla guida delle Comunità di Ancona e, successivamente, di Livorno. A lungo, fu anche docente di Storia del Pensiero Ebraico alla Statale. Fine studioso di Mosè Maimonide, era universalmente riconosciuto uno dei massimi conoscitori del pensiero del grande maestro dell’ebraismo spagnolo, nonché della filosofia ebraica medievale e rinascimentale. Molte le sue pubblicazioni, tra cui, i due ponderosi volumi “Ricordati dei giorni del mondo. Storia del pensiero ebraico dall’illuminismo all’età contemporanea”. Quando, già sofferente nel 2015, il cardinale Scola gli conferì il Dottorato Honoris Causa della Biblioteca Ambrosiana, citò nella sua Lectio Magistralis una Massima contenuta nel trattato delle Mishnà dei Padri, di rabbi Akivà, – “Tutto è conosciuto, ma la libertà è data”. Quasi una sintesi di quanto aveva detto in “Cattolica” in un dialogo con lo stesso Cardinale: «Siamo tutti responsabili di tutti con una corresponsabilità difficile, ma che proprio per questo ci deve rendere più consapevoli nel perseguirla. Occorre cercare nello spirito e nella lettera delle Scritture, l’insegnamento di fratellanza che da queste ci viene e che, oggi, è in gran parte dimenticato». Una bella lezione, oggi, quando in nome di Dio e della sua Parola, qualcuno ammazza.

«È mancato un grande Maestro, una Guida per la nostra Comunità della quale è stato per 25 anni Rabbino Capo», si legge in un ricordo della Comunità Ebraica di Milano. «Figura di altissimo spessore culturale e umano, rav Giuseppe Laras ha segnato un’epoca dell’ebraismo milanese e italiano, ma non solo. Ha dato impulso al dialogo interreligioso con sincerità e coraggio; ha divulgato i valori e il pensiero ebraico diventando un punto di riferimento costante, per la sua levatura intellettuale e spirituale», aggiunge la nota che ha come primo firmatario, l’attuale Rabbino Capo, rav Alfonso Arbib, successore di Laras stesso.

E tornano alla mente, allora, tanti incontri, occasioni e convegni dei quali fu protagonista; marce della pace, come quelle di Assisi, alle quali partecipò; grandi momenti interreligiosi a cui non mancava mai dicendo con chiarezza la sua opinione (talvolta destando scalpore anche all’interno dell’ebraismo italiano), ma sempre con quel tratto di cortesia e umanità che lo distingueva. Forse perché il dolore lo aveva messo alla prova fin da bambino quando, per una soffiata della portinaia, la sua famiglia era stata denunciata nei giorni bui delle Leggi razziali e della guerra. Lui, piccolo di 9 anni, in fuga per Torino (perdendo per lo choc la parola per alcuni mesi), fu nascosto da alcuni parenti, ma la mamma e la nonna morirono in Auschwitz. Era orgogliosamente, si sentiva “figlio della Shoah” e, ancora, facendo memoria di quei momenti gli venivano le lacrime agli occhi. Chiedeva di non dimenticare – ricordo le sue parole intensissime al “Memoriale della Shoah” e per il 30 gennaio, giorno della deportazione degli ebrei milanesi da Binario 21 – soprattutto perché i testimoni diretti «vanno scomparendo», spiegava con preoccupazione. Forse, non è un caso che nel suo testamento spirituale (pubblicato sul sito della Comunità ebraica di Milano) il primo pensiero sia proprio per la Shoah. «Cari amici, la mia malattia sta avanzando inesorabilmente ed è pertanto mio desiderio, seppur brevemente, consegnarvi alcuni pensieri. Durante la mia vita ho potuto vivere in prima persona il tramontare e il sorgere di mondi diversi, con inquietudini e speranze. La distruzione degli ebrei d’Europa ha sfiorato la mia esistenza, segnandola per sempre», scrive.

Giovedì 16 novembre 2017 (27 Cheshvàn 5778, la data secondo il calendario ebraico), alle ore 13.00 avrà luogo, dinanzi alla Sinagoga Maggiore di Via della Guastalla, una pubblica cerimonia di commiato. Alle ore 14.30, il feretro abbandonerà Milano per partire in serata alla volta della Terra di Israele, ove rav Laras, verrà sepolto nella mattinata di venerdì.


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