È partito per un anno per uno dei paesi più fragili al mondo, che il Covid-19 mette ulteriormente alla prova. Negli anni ’80 la prima esperienza in Tanzania con la famiglia: «Ritorno per fare bene il mio lavoro, dove c’è più bisogno».

Paolo Franceschi, medico milanese, è partito sabato 8 agosto per il Sud Sudan, dove per un anno lavorerà con “Medici con l’Africa Cuamm” nell’ospedale di Lui, per contribuire a garantire il diritto alle cure ad una popolazione di 170 mila persone.

Non è la prima volta in Africa per Paolo Franceschi: tra il 1985 e il 1987 ha vissuto ad Ikonda, in Tanzania, con la moglie Marina, dottoressa a sua volta, e la loro prima figlia allora appena nata.

«Questa volta parto da solo – spiega Paolo Franceschi – ma non escludiamo che Marina possa raggiungermi più avanti. Ci piacerebbe molto fare questa esperienza insieme, a dire il vero! Ci siamo conosciuti studiando medicina, entrambi volevamo partire per l’Africa e l’abbiamo fatto appena possibile. Poi i bisogni famigliari ci hanno trattenuto in Italia dopo l’arrivo degli altri figli, ma ora era arrivato il momento di ripartire, dedicarsi di nuovo all’impegno che ci aveva motivato all’inizio. È un progetto che stiamo realizzando insieme, con il sostegno di tutta la famiglia».

Paolo Franceschi è medico anestesista e negli ultimi anni ha lavorato a Milano all’interno di un ambulatorio dedicato alle dipendenze. In Sud Sudan, si occuperà di medicina interna, supportando anche il lavoro nella pediatria, collaborando con i colleghi locali e il resto dello staff.

Il Sud Sudan è il più giovane stato al mondo, indipendente dal Sudan dal 2011 e dal 2013 scosso da scontri e tensioni interne, per cui si è raggiunto un accordo di pace solo quest’anno. Per questo il sistema sanitario è estremamente fragile: una debolezza che rende il Sud Sudan ancora più esposto alle conseguenze dirette e indirette della diffusione del Covid-19. Negli ultimi mesi molte persone hanno scelto di non andare in ospedale per paura del contagio. Molto spesso le donne si trovano a partorire e affrontare le complicazioni del parto in casa. Per questo Medici con l’Africa Cuamm non ha voluto lasciare le aree di progetto nel corso delle prime fasi della pandemia: per preparare la risposta, tenere attivi i servizi salva-vita nonostante il coronavirus e combattere, oltre al virus, la paura che genera nelle persone.

«Anche se la situazione non sarà facile – continua Paolo Franceschi – sono molto emozionato per questa partenza: dopo tanti anni che aspetto, vorrei rendermi utile dove c’è più bisogno, facendo bene il mio lavoro».

Per mettere in sicurezza gli ospedali e le comunità in cui Medici con l’Africa Cuamm è presente, occorre assicurare mascherine, tute e guanti per il personale dell’ospedale, ma anche termometri e saturimetri, oltre che formazioni del personale e delle comunità per la gestione di casi Covid-19.

È possibile sostenere Medici con l’Africa Cuamm con una donazione online su wwww.mediciconlafrica.org  

Nata nel 1950, Medici con l’Africa Cuamm è la prima Ong in campo sanitario riconosciuta in Italia e la più grande organizzazione italiana per la promozione e la tutela della salute delle popolazioni africane. Realizza progetti a lungo termine in un’ottica di sviluppo, intervenendo con questo approccio, anche in situazioni di emergenza, per garantire servizi di qualità accessibili a tutti. Oggi Medici con l’Africa Cuamm è impegnato in 8 paesi dell’Africa sub-Sahariana (Angola, Etiopia, Mozambico, Repubblica Centrafricana, Sierra Leone, Sud Sudan, Tanzania, Uganda) con circa 3.000 operatori sia europei che africani; appoggia 23 ospedali, 64 distretti (per attività di sanità pubblica, assistenza materno-infantile, lotta all’Aids, tubercolosi e malaria, formazione), 3 scuole infermieri e 1 università (in Mozambico).

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