Pubblichiamo l’omelia pronunciata da don Giuseppe Grampa durante le esequie del Presidente emerito della Consulta, scomparso il 14 maggio: «Uomo della Costituzione, credente sobrio, ma fedele»

Valerio Onida
La foto pubblicata dal figlio Marco sul suo profilo facebook

Nel pomeriggio di martedì 17 maggio, nella chiesa di San Marco a Milano (dove nei giorni precedenti era stata allestita la camera ardente), si sono svolte le esequie del professor Valerio Onida, presidente emerito della Corte costituzionale, scomparso il 14 maggio a 86 anni. Le ha celebrate don Giuseppe Grampa, rettore dell’Università per la Terza età Cardinale Giovanni Colombo e suo amico di lunga data. Pubblichiamo un’ampia sintesi della sua omelia.

«Lampada ai miei passi la tua Parola, o Dio, luce al mio cammino». Questa parola del Salmo 119, tanto cara al nostro cardinale Martini, ripetevo nelle lunghe soste, la scorsa settimana, ogni sera, presso il letto di Valerio, soste senza parole, accompagnate solo dal suo respiro sempre più faticoso, fino a diventare un rantolo. E mi chiedevo: quale parola poteva essere la luce che aveva rischiarato il suo lungo cammino? La pagina dell’evangelo di Matteo che abbiamo appena ascoltato mi è sembrata la risposta.

Gesù è risolutamente incamminato verso Gerusalemme […]. Della sua imminente Passione parla ai discepoli lungo la strada, mentre la madre di due di loro, Giacomo e Giovanni, si fa avanti, preoccupata di raccomandare i suoi figli perché abbiano due posti di particolare prestigio e potere nel Regno che Gesù avrebbe presto instaurato. Paradossale contrasto tra le parole di Gesù e quelle di questa madre, che dava voce non solo alla sua cura materna, ma certo alle ambizioni dei due figli. Gli altri dieci discepoli, che con tutta probabilità nutrivano la stessa ambizione, si indignano. Questo davvero sgradevole episodio si conclude con una parola perentoria del Maestro: «Sono venuto per servire e non per essere servito».

Sono persuaso che questa è stata la parola che ha fatto luce al cammino di Valerio e ne indica lo stile: stile di servizio nell’esercizio dei diversi poteri che gli sono stati affidati. Sono certo che Valerio non ha mai brigato per ottenere posizioni di potere. La sua singolare competenza giuridica lo ha portato a ricoprire ruoli di altissimo prestigio e anche di potere, prima nell’università e poi al vertice delle istituzioni repubblicane. […]

Possiamo dire di lui che è stato «Uomo della Costituzione» con particolare e rigoroso rispetto dell’articolo 3. È bello proclamarlo qui, ringraziando Valerio per quanto ha fatto perché questo altissimo dettato costituzionale potesse sempre più e sempre meglio realizzarsi: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali».

La mia conoscenza di Valerio è stata propiziata da quella singolare figura di prete, di educatore, di uomo della Resistenza che è stato don Giovanni Barbareschi, che era solito rivolgersi a Valerio con un tratto di confidenza, chiamandolo «Vale». Si erano conosciuti negli anni universitari, nel 1956, quando don Giovanni era assistente della Fuci (la Federazione universitari cattolici italiani) e Valerio presidente. Don Giovanni diventò guida spirituale di Valerio e suo confessore. Alla morte di don Giovanni, […] Valerio mi chiese di prendere il suo posto. Così in questi anni regolarmente ci siamo incontrati. Era sempre lui a venire da me, con la sua borsa dell’ossigeno e affrontando due rampe di scale che diventavano davvero difficili per i suoi polmoni. Anche per questa Pasqua avrebbe voluto venire alla mia Messa e fu davvero felice della mia offerta di celebrare la Messa nella casa del figlio Marco. Quel pomeriggio pasquale Valerio ha voluto ricevere l’olio dei malati e ha seguito con perfetta lucidità la celebrazione. Così abbiamo fatto per le domeniche successive.

Valerio è stato un credente sobrio nell’espressione dei suoi sentimenti religiosi, ma assolutamente fedele alla pratica dei sacramenti della riconciliazione e dell’eucarestia. Come ben comprendete, altro non posso e non voglio dire nel rispetto del suo stile riservato e della natura del nostro rapporto. Certo non gli apparteneva la frattura che molti vivono tra fede e pratica dei gesti espressivi della fede.

Ho ricordato l’articolo 3 della Costituzione, vera e propria stella polare per Valerio, che non solo ha esercitato la sua intelligenza su quel testo, ma ha anche tentato di dare il suo personale contributo per «rimuovere gli ostacoli», come recita il testo, perché a tutti fossero riconosciuti quei diritti che fondano e garantiscono la dignità di ogni persona. Era ancora Presidente della Corte costituzionale quando lesse in un giornale di strada, Terre di mezzo, la notizia di un servizio di consulenza legale per i detenuti del carcere di Bollate. Manifestò immediatamente la sua disponibilità e, terminato il mandato di Presidente, si dedicò a collaborare recandosi regolarmente nel carcere. Neppure la malattia lo distolse da quel servizio, anche con videochiamate. E ancora nelle ultime settimane non è venuto meno al suo stile di disponibilità.

Le sue due ultime lezioni, naturalmente dedicate alla Costituzione, Valerio le ha tenute proprio qui, nelle aule dell’Università cardinale Colombo per studenti della terza età, attigue a questa Basilica. Il professor Balboni, costituzionalista dell’Università Cattolica, e il dottor Monaco, già deputato al Parlamento, hanno organizzato il corso e coinvolto Valerio per le prime due lezioni. Sono trascorse poche settimane e non posso dimenticare non solo la chiarezza dell’esposizione, ma anche il tono della voce, quasi squillante, pur sostenuta dall’aiuto dell’ossigeno. Ricordo che, accompagnandolo a casa, gli dissi: «Valerio, davvero la Costituzione è il tuo toccasana…». Sorrise e aggiunse: «È proprio vero». La settimana successiva – nonostante il parere contrario del figlio Francesco, medico al Policlinico, Valerio tenne la sua seconda e ultima lezione, con enorme fatica. Mentre lo ascoltavo ho avuto più volte la tentazione di alzarmi per ringraziarlo e invitarlo a interrompere quello sforzo davvero eccessivo. Ecco perché il nostro estremo congedo da Valerio si è svolto in questi ultimi giorni e soprattutto ora qui in san Marco. Nelle aule attigue la lunga e prestigiosa carriera accademica del professor Valerio Onida si è conclusa nel segno di una passione per la Carta fondativa della nostra Repubblica.

Una settimana prima della morte, chiamato dal figlio Marco perché Valerio sembrava vicino alla fine, mi sono precipitato da lui e con lui sono rimasto a lungo. Valerio era ancora in poltrona e tentava di parlarmi. Impossibile capire quelle sillabe che non riuscivano a diventare parole. Ma ho raccolto nitidamente un nome, quello della sua Ida e una sola brevissima frase. Disse: «Sono felicissimo di avere i miei figli vicini, vicini, vicini». E proprio ieri i figli gli hanno risposto, dicendomi: «Valerio non è stato un padre ingombrante, eppure avrebbe potuto esserlo, con tutti i suoi titoli. Nessuno di noi cinque lo ha seguito negli studi e nella professione e lui non ci ha mai manifestato dispiacere. Ci ha educati alla libertà e ha rispettato la nostra libertà». Grazie, Vale.

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