Giocare al bar o in tabaccheria alle slot machine, al “gratta e vinci” o scommettere on line da casa o sullo smartphone è accessibile a tutti. L’eccesso diventa patologia, fa perdere e affetti in famiglia. Le persone più vulnerabili sono giovani e anziani, ma gli adulti sono in numero maggiore

di Luisa BOVE

Laura rancilio

Il gioco d’azzardo sta diventando una piaga. Non è un fenomeno nuovo, già Dostoevskij raccontava della carriera di un giocatore patologico. «Ma ora è diventata una patologia diffusa perché i luoghi e le occasioni per giocare sono alla portata di tutti – spiega Laura Rancilio, responsabile Area dipendenze di Caritas ambrosiana -. Non occorre più andare al casinò, basta una tabaccheria o le macchinette al bar, ma si può anche restare a casa e giocare col computer o lo smartphone». Il “disturbo da gioco” oggi rientra a pieno titolo tra i disturbi da uso e dipendenza di sostanze, perché i meccanismi che si innescano nella mente del giocatore (che poi diventa patologico), sono gli stessi del fumo, alcol e droghe.

Quando si può parlare di dipendenza?
La dipendenza ha criteri diagnostici molto precisi, per cui un giocatore passa da un uso sociale del gioco, a un uso sempre più continuativo, impulsivo e compulsivo: si gioca tempi più lunghi, puntando più soldi del previsto, si rincorrono le perdite, si ha il desiderio di giocare, si sta male se non si gioca… Quando una persona si accorge di essere entrata in questa spirale è patologica. Sarebbe molto importante intercettare queste persone prima e ragionare con loro, perché comprare biglietti della lotteria una volta all’anno o fare un “gratta e vinci” non fa male a nessuno, ma quando il gioco è reiterato e compulsivo è diverso. Fa perdere lo stipendio o la pensione, si sta davanti alle macchinette dimenticandosi di andare a prendere i figli a scuola, non si va a lavorare, se mancano le risorse sufficienti si chiedono prestiti ad amici, parenti e conoscenti, poi si inizia a far sparire qualcosa da casa, dalla scrivania dei colleghi o dalla cartella dei compagni.

Qual è l’identikit del giocatore d’azzardo?
È un fenomeno trasversale a tutte le età e anche se le fasce più vulnerabili sono quelle dei giovani e degli anziani, tuttavia le persone più colpite nella realtà e che percentualmente sembrano giocare di più sono gli adulti. I giovani hanno l’illusione di ottenere vincite che gli risolvono la vita, mentre gli anziani, avendo molto tempo a disposizione, pensano di colmare il vuoto della solitudine mettendosi davanti a una macchinetta e isolandosi ancora di più.

La crisi economica ha contribuito ad aumentare il numero di giocatori?
È evidente che in un momento di particolare incertezza le persone siano più portate a cercare soluzioni illudendosi che il gioco sia una possibile risposta. Negli anni scorsi c’era una pubblicità abbastanza pervasiva e ingannevole che faceva dire: “Sei l’unico sciocco che non sa che facendo questo gioco può mettersi in tasca un milione, un miliardo, la casa, la rendita per tutta la vita…?”. Oggi attraverso grandi battaglie culturali cerchiamo di spiegare alle persone che nel momento in cui si gioca d’azzardo non si vince quasi mai e, se si vince, è molto poco e poi rigiocando non è detto che si vinca ancora.

In tutto questo le famiglie diventano spesso vittime inconsapevoli…
Nel gioco d’azzardo, come in altre dipendenze, la famiglia fa fatica a capire subito che ci sono dei problemi, spesso se ne accorge quando tocca con mano che c’è qualcosa che non va. In certe situazioni per esempio la moglie pensa che il marito abbia un’amante. Questo perché lo vede preso da un’altra attività, poco presente nei confronti della famiglia e delle relazioni, arriva a casa tardi la sera, non si capisce dove mette i soldi, è sempre agitato, ha tanti pensieri per la testa… Alla fine questa non è un’amante in carne ed ossa, ma è virtuale ed è la macchinetta.

Che dimensioni ha assunto oggi questo fenomeno?
Secondo i dati 2014 del Cimpa (Centro di ricerca) di Roma e del Cnr di Pisa la prevalenza dei giocatori problematici è dell’1,54% sull’intera popolazione italiana, potenzialmente si parla di circa 700 mila persone. Si calcola che abbiano speso 17,5 miliardi di euro, cui vanno aggiunti i costi sanitari per curarsi e quelli sociali, difficili da quantificare perché riguardano per esempio le giornate di lavoro perse. Siamo intorno a centinaia di milioni di euro, qualcuno addirittura stima miliardi di costi indiretti. L’erario ha incassato quasi 8 miliardi nel 2014, che corrisponde a 350 euro a testa, pari all’1% del guadagno medio di un italiano. E per chi ha redditi bassi è davvero una cifra importante.

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