Chiesto un confronto con il Comune per discutere sulle possibili soluzioni abitative delle famiglie al di là dell’emergenza. Intanto diverse realtà ecclesiali hanno messo a disposizione appartamenti, ma non sono sufficienti. Parla il direttore don Roberto Davanzo

di Pino NARDI

don roberto davanzo

Superare la politica degli sgomberi e puntare alla chiusura dei campi, veri e propri ghetti, favorendo l’integrazione. È questa la linea proposta da don Roberto Davanzo, direttore della Caritas ambrosiana, di fronte all’annosa questione dei rom. Passi avanti rispetto al passato con i “Centri di emergenza sociale” sono stati fatti, ma è necessario risolvere il nodo vero, quello della definitiva integrazione con il trasferimento in appartamenti popolari. «Da parte nostra c’è sempre grande disponibilità a una collaborazione con l’Ente pubblico. Ma insieme anche la libertà di poter eccepire rispetto ad alcune scelte e modalità organizzative», sottolinea Davanzo. Che annuncia: «Abbiamo chiesto un appuntamento ai due assessori del Comune Majorino e Granelli. Si doveva tenere la settimana scorsa, poi per vari impegni è saltato, ma è stato riconvocato per la metà del mese di maggio. Purtroppo questo tavolo istituzionale del Comune ha una frequenza insufficiente».

La questione rom è sempre oggetto di dibattito politico in modo strumentale, mentre il Comune di Milano continua con gli sgomberi. Quale è la sua valutazione?
La nostra preoccupazione è che di rom non si parli solo in termini di ruspe e di demagogia, che può contentare alcune frange della popolazione, ma che non riesce ad affrontare realmente il problema. Più volte siamo intervenuti negli anni passati, quando si teorizzavano gli sgomberi come via di soluzione. Lo stesso si deve ridire oggi quando gli sgomberi continuano, magari in modo meno esposto mediaticamente. In questi anni cosa è cambiato? Certamente il tentativo dell’Amministrazione comunale che, a fronte di uno sgombero, comunque si organizzino spazi di presenza temporanea: vengono chiamati “Centri di emergenza sociale”, luoghi “cuscinetto” per evitare che l’alternativa sia il nulla. Si sono attrezzate aree con container in via Barzaghi, in via Lombroso e in via Novara. Peccato che sia mancato l’ultimo passaggio, lo sbocco definitivo. Di fatto si è realizzato un effetto tappo: se questi spazi di presenza temporanea non vedono una reale via di uscita rischiano di diventare soluzioni semi-definitive. Inoltre, con una serie di disagi logistici che rendono la vita di queste famiglie meno dignitosa di quanto non lo fosse quella del campo, perché lì almeno la “baracchina” era loro ed era garantito un minimo di privacy familiare. In queste strutture è molto meno garantita: i servizi igienici spesso non funzionano, come a volte le stesse cucine comuni.

Avete manifestato anche preoccupazione per la chiusura del Centro di via Lombroso…
Sì, chiuderà a breve perché la proprietà di quello spazio lo richiede per altre finalità. Questa struttura dovrebbe trasferirsi in via Bonfadini proprio di fronte a un campo regolare e a un altro irregolare. Questo ci preoccupa perché può sfumare il lavoro per cercare di allontanare queste famiglie dalla logica del ghetto e inserirle dentro una cornice di vita più normale.

Questione decisiva rimane allora la possibile integrazione dei rom. Si è fatto qualcosa in questa direzione?
Il vero nodo è proprio l’assenza di un reale meccanismo di sbocco, che vuol dire l’assenza di appartamenti dove poter collocare queste famiglie. Diverse realtà ecclesiali in questi anni stanno operando verso il mondo dei rom anche coordinandosi in un tavolo ecclesiale, formato da Caritas, cooperative del Consorzio Farsi Prossimo, l’associazione Nocetum, Comunità di Sant’Egidio, Padri Somaschi, Casa della Carità, le stesse Acli non tanto come enti gestori, ma come luogo di riflessione e di promozione. Poi, come dicevo, era nato anche un tavolo comunale, che però non è convocato da più di un anno.

La vostra richiesta è di prevedere le iniziative per l’integrazione?
Certo. Le nostre realtà hanno messo a disposizione appartamenti, ma non sono sufficienti ad assorbire quelle famiglie che passano attraverso le strutture temporanee. Famiglie che si rendono disponibili e danno testimonianza di un desiderio di rimboccarsi le maniche, di non essere solo assistiti passivi. Questo è il nodo fondamentale, perché se non c’è un flusso di uscita da queste strutture, in un attimo si riempiono e diventano un campo definitivo, non garantendo dignità e un’azione realmente educativa nei loro confronti. Ci rendiamo conto che qualsiasi progettualità deve prevedere un accompagnamento di queste famiglie che hanno già trovato un appartamento. Infatti non possiamo aspettarci la capacità di un abitare che non fa parte della loro cultura. È gente che da sempre ha vissuto nei campi, andando a vivere nelle case popolari non è così automatico che abbiano la consapevolezza di cosa vuol dire condividere la vita in un condominio. Tutto questo ha un costo, perché vuol dire avere professionisti che superano le criticità, che aiutano ad annacquare le tensioni.

C’è tuttavia un equivoco: essere contro la politica degli sgomberi non vuol dire accettare i campi…
Esattamente, la nostra posizione è che i campi vanno chiusi. Vogliamo far notare che specialmente quelli dei rom italiani, quindi anche regolari, sono segnati da un fortissimo tasso di delinquenza, sono diventati veri e propri ghetti dove la legge italiana rischia di non essere più di casa. Parlo di via Idro e di via Negrotto. Siamo consapevoli della criticità dei campi e condividiamo con le autorità comunali questa consapevolezza, di forte criticità dal punto di vista della legalità. Più i campi rimangono ghetti chiusi, più lì dentro avviene un po’ di tutto e questo ci preoccupa molto.

Anche la Caritas è impegnata nei campi regolari…
Sì, noi come Caritas e altre realtà del tavolo ecclesiale abbiamo diverse convenzioni con il Comune e continuiamo nei campi regolari questa nostra presenza che va su due direttrici: l’attenzione ai piccoli, alla scolarizzazione dei bambini, alla loro fedeltà all’impegno scolastico; al mondo femminile, cercando di dare alle donne strumenti per imparare a rivolgersi alle strutture sanitarie territoriali e un lavoro per essere autonome rispetto al mondo maschile rom. Il nostro progetto Taivè, una scuola di taglio e cucito nel quartiere di Lambrate, è un piccolo segnale.

Siete impegnati anche nell’animazione delle comunità cristiane sulla realtà dei rom?
In questi anni il mondo legato al tavolo ecclesiale ha sempre interpretato la propria vocazione anche come un aiuto alle comunità cristiane, alle parrocchie per affrontare queste presenze a volte difficili, per aiutarle a rapportarsi in modo corretto alla cultura di cui queste persone sono portatrici, per evitare irrigidimenti, atteggiamenti che poi finiscono per peggiorare ulteriormente i rapporti.

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