Il 19 marzo 1980 il giudice fu ucciso da un commando di Prima Linea nell'Ateneo milanese. Professionista�onesto che svolgeva il suo lavoro con discrezione e serietà.

di Edoardo CAPRINO
Redazione

Trent’anni dopo e rivedere quell’immagine in bianco e nero in cui Mons. Martini – da poco più di un mese giunto a Milano come neo Arcivescovo – benedice quel corpo coperto con un lenzuolo bianco posto sui corridoi dell’Università Statale, un codice di diritto penale a fianco e l’agendina aperta con l’indicazione “se mi succede qualcosa telefonate ad Armando Spataro n….”. È Guido Galli, magistrato e docente di criminologia presso l’ateneo di Via Festa del Perdono ucciso in modo barbaro e vigliacco – tre colpi di pistola alla schiena – da un commando di terroristi di Prima Linea guidati da Sergio Segio.
Ma perché uccidere quell’uomo? Per assurdo il miglior ritratto di Galli lo hanno redatto i suoi stessi aguzzini nel comunicato di rivendicazione dell’uccisione. Essi scrissero: “Galli appartiene alla frazione riformista e garantista della magistratura, impegnato in prima persona nella battaglia per ricostruire l’ufficio istruzione di Milano come un centro di lavoro giudiziario efficiente, adeguato alle necessità di ristrutturazione, di nuova divisione del lavoro dell’apparato giudiziario, alla necessità di far fronte alle contraddizioni crescenti del lavoro dei magistrati di fronte all’allargamento dei terreni d’intervento, di fronte alla contemporanea crescente paralisi del lavoro di produzione legislativa delle camere”. Da notare gli aggettivi con i quali qualificano il suo lavoro: efficiente, adeguato alle necessità eccetera.
Guido Galli è stato un uomo il cui atto di eroismo è consistito nel fare bene il proprio dovere, conscio delle proprie responsabilità. Un uomo capace di trasmettere la passione per la verità ai suoi più stretti collaboratori – come ad esempio a un giovane Armando Spataro che ancora oggi conserva un ricordo di un’intensità pari all’affetto che può provare un fratello minore -, un professionista capace di dipanare e decifrare le organizzazioni terroristiche sino ad allora considerate minori, colpirle al cuore come avvenne nel corso del processo da lui curato contro Corrado Alunni a seguito del ritrovamento del covo di Via Negroli (Milano è veramente piccola se si pensa che in quella stessa via abitava un altro magistrato in prima linea contro il terrorismo, amico di Guido Galli, non a caso anch’egli sulla lista degli obiettivi da colpire: Piero Pajardi).
Guido Galli è stato un eroe borghese, come Giorgio Ambrosoli. La sua forza consisteva nell’operare silenzioso, senza pubblicità, senza ostentazioni inutili. Un uomo impegnato, coraggioso, un autentico riformista e garantista – come riconobbero i suoi stessi assassini – un servitore autentico delle istituzioni, capace di mettersi in gioco dichiarando pubblicamente il proprio pensiero (come avvenne in occasione del trasferimento del procedimento di Piazza Fontana a Catanzaro quando – in qualità di Segretario della sezione milanese dell’Associazione Nazionale Magistrati – estese l’ordine del giorno di protesta per questa decisione così oscura e inspiegabile).
Per questo era il nemico da abbattere. Perché aveva capito che la riunione di diverse tranche di inchieste della polizia giudiziaria a Bergamo e in altre località insabbiate da colleghi magistrati pavidi e incapaci (come ha dichiarato lo stesso Spataro in un accorato ricordo del collega ucciso) era il passaggio principale, lo scenario, il puzzle da ricomporre che avrebbe dato come risultato finale il quadro completo delle strutture terroristiche che stavano insanguinando l’Italia.
Un uomo, Galli, che attraverso l’insegnamento universitario riusciva a trasmettere alle giovani generazioni la passione per la giustizia, la vera giustizia.
Ma tutto questo non sarebbe comprensibile senza aggiungere uno degli elementi realmente caratterizzanti la figura di Guido Galli: la sua incrollabile fede. Una fede vissuta in maniera riservata, parrocchiano di Santa Croce in Città Studi. La stessa chiesa dove i cinque figli sono cresciuti e la moglie Bianca – una donna dolcissima e riservata – ha svolto e svolge tutt’ora attività di vario impegno (non ultimo, negli anni passati, l’accompagnamento degli ammalati a Lourdes).
Quella fede così forte, da montanaro – come Galli era nel poco tempo libero che riusciva a conservare – che lo portava a consolare le preoccupazioni che gli altri avevano per i pericoli che doveva affrontare. Lui che si muoveva in autobus, senza scorta sia perché non la voleva, ma anche perché qualcuno non comprese appieno la gravità dei pericoli che quotidianamente affrontava (ventidue anni dopo, un altro giurista, un altro eroe borghese – Marco Biagi – cadrà a Bologna per mano terrorista senza quella scorta che gli era stata tolta e che invece reclamava).
Quella stessa fede lo ha reso un padre dolcissimo nei confronti dei suoi piccoli, sino al gesto di adottare il suo quinto bimbo. Per loro – ricorda sempre Spataro – non mancava mai la cartolina “per i bambini Galli” da far partire dai diversi luoghi ove il magistrato si trovava per condurre le indagini.
Quella fede è stata alimento del rapporto che lo ha legato a Bianca per tutta la vita. Una donna il cui pudore l’ha portata a raccontare in pochissime e rare occasioni il dolore provato davanti a questa violenta morte.
Milano per anni non ha forse appieno onorato la memoria di Guido Galli, molto spesso confinato in seconda fila. Da quando il sindaco di allora, Gabriele Albertini, rese pubblico omaggio sulle pagine del Corriere al giudice Guido Galli, sembra che la città sia uscita da una certa catarsi. Trent’anni dopo e rivedere quell’immagine in bianco e nero in cui Mons. Martini – da poco più di un mese giunto a Milano come neo Arcivescovo – benedice quel corpo coperto con un lenzuolo bianco posto sui corridoi dell’Università Statale, un codice di diritto penale a fianco e l’agendina aperta con l’indicazione “se mi succede qualcosa telefonate ad Armando Spataro n….”. È Guido Galli, magistrato e docente di criminologia presso l’ateneo di Via Festa del Perdono ucciso in modo barbaro e vigliacco – tre colpi di pistola alla schiena – da un commando di terroristi di Prima Linea guidati da Sergio Segio.Ma perché uccidere quell’uomo? Per assurdo il miglior ritratto di Galli lo hanno redatto i suoi stessi aguzzini nel comunicato di rivendicazione dell’uccisione. Essi scrissero: “Galli appartiene alla frazione riformista e garantista della magistratura, impegnato in prima persona nella battaglia per ricostruire l’ufficio istruzione di Milano come un centro di lavoro giudiziario efficiente, adeguato alle necessità di ristrutturazione, di nuova divisione del lavoro dell’apparato giudiziario, alla necessità di far fronte alle contraddizioni crescenti del lavoro dei magistrati di fronte all’allargamento dei terreni d’intervento, di fronte alla contemporanea crescente paralisi del lavoro di produzione legislativa delle camere”. Da notare gli aggettivi con i quali qualificano il suo lavoro: efficiente, adeguato alle necessità eccetera.Guido Galli è stato un uomo il cui atto di eroismo è consistito nel fare bene il proprio dovere, conscio delle proprie responsabilità. Un uomo capace di trasmettere la passione per la verità ai suoi più stretti collaboratori – come ad esempio a un giovane Armando Spataro che ancora oggi conserva un ricordo di un’intensità pari all’affetto che può provare un fratello minore -, un professionista capace di dipanare e decifrare le organizzazioni terroristiche sino ad allora considerate minori, colpirle al cuore come avvenne nel corso del processo da lui curato contro Corrado Alunni a seguito del ritrovamento del covo di Via Negroli (Milano è veramente piccola se si pensa che in quella stessa via abitava un altro magistrato in prima linea contro il terrorismo, amico di Guido Galli, non a caso anch’egli sulla lista degli obiettivi da colpire: Piero Pajardi).Guido Galli è stato un eroe borghese, come Giorgio Ambrosoli. La sua forza consisteva nell’operare silenzioso, senza pubblicità, senza ostentazioni inutili. Un uomo impegnato, coraggioso, un autentico riformista e garantista – come riconobbero i suoi stessi assassini – un servitore autentico delle istituzioni, capace di mettersi in gioco dichiarando pubblicamente il proprio pensiero (come avvenne in occasione del trasferimento del procedimento di Piazza Fontana a Catanzaro quando – in qualità di Segretario della sezione milanese dell’Associazione Nazionale Magistrati – estese l’ordine del giorno di protesta per questa decisione così oscura e inspiegabile).Per questo era il nemico da abbattere. Perché aveva capito che la riunione di diverse tranche di inchieste della polizia giudiziaria a Bergamo e in altre località insabbiate da colleghi magistrati pavidi e incapaci (come ha dichiarato lo stesso Spataro in un accorato ricordo del collega ucciso) era il passaggio principale, lo scenario, il puzzle da ricomporre che avrebbe dato come risultato finale il quadro completo delle strutture terroristiche che stavano insanguinando l’Italia.Un uomo, Galli, che attraverso l’insegnamento universitario riusciva a trasmettere alle giovani generazioni la passione per la giustizia, la vera giustizia.Ma tutto questo non sarebbe comprensibile senza aggiungere uno degli elementi realmente caratterizzanti la figura di Guido Galli: la sua incrollabile fede. Una fede vissuta in maniera riservata, parrocchiano di Santa Croce in Città Studi. La stessa chiesa dove i cinque figli sono cresciuti e la moglie Bianca – una donna dolcissima e riservata – ha svolto e svolge tutt’ora attività di vario impegno (non ultimo, negli anni passati, l’accompagnamento degli ammalati a Lourdes).Quella fede così forte, da montanaro – come Galli era nel poco tempo libero che riusciva a conservare – che lo portava a consolare le preoccupazioni che gli altri avevano per i pericoli che doveva affrontare. Lui che si muoveva in autobus, senza scorta sia perché non la voleva, ma anche perché qualcuno non comprese appieno la gravità dei pericoli che quotidianamente affrontava (ventidue anni dopo, un altro giurista, un altro eroe borghese – Marco Biagi – cadrà a Bologna per mano terrorista senza quella scorta che gli era stata tolta e che invece reclamava).Quella stessa fede lo ha reso un padre dolcissimo nei confronti dei suoi piccoli, sino al gesto di adottare il suo quinto bimbo. Per loro – ricorda sempre Spataro – non mancava mai la cartolina “per i bambini Galli” da far partire dai diversi luoghi ove il magistrato si trovava per condurre le indagini.Quella fede è stata alimento del rapporto che lo ha legato a Bianca per tutta la vita. Una donna il cui pudore l’ha portata a raccontare in pochissime e rare occasioni il dolore provato davanti a questa violenta morte.Milano per anni non ha forse appieno onorato la memoria di Guido Galli, molto spesso confinato in seconda fila. Da quando il sindaco di allora, Gabriele Albertini, rese pubblico omaggio sulle pagine del Corriere al giudice Guido Galli, sembra che la città sia uscita da una certa catarsi.

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