Don Roberto Davanzo, direttore della Caritas ambrosiana, e don Virginio Colmegna, presidente della Casa della carità, commentano la decisione del giudice civile di applicare gli accordi sottoscritti con le istituzioni e poi messi in discussione. Da evitare sterili polemiche

di Pino NARDI
Redazione Diocesi

I patti vanno rispettati. E le 25 case, come d’accordo, devono essere destinate a Casa della carità, Ceas e Consorzio Farsi prossimo per accogliere alcune famiglie rom in uscita dal campo di via Triboniano. Lo ha stabilito il giudice civile del Tribunale di Milano, accogliendo il ricorso promosso da 10 rom.
«Non ci piace assumere l’atteggiamento della ripicca, di chi dice avevamo ragione noi. Vorremmo innanzitutto evitare un atteggiamento di carattere vendicativo – commenta don Roberto Davanzo, direttore della Caritas ambrosiana -. L’ordinanza dice che erano procedure corrette quelle che Comune, Prefettura e Regione avevano attivato con le nostre realtà, all’interno del Piano Maroni per la chiusura dei campi. Il vero messaggio che il giudice ha formulato è che questo si poteva fare, non c’era mancanza di rispetto nei confronti degli italiani e delle regole dell’Aler. Quindi il fatto che il giudice abbia detto che le case – per le quali è stato stipulato un contratto d’affitto con gli enti gestori – vanno date a queste famiglie è perché tutta la procedura durata per mesi aveva fondamento e ragionevolezza».
Davanzo non vuole fare nessuna polemica: «Per il resto si rischia di entrare in una logica di polemica che non ci interessa, perché non risolve il problema e non fa andare avanti. Ci auguriamo che questo permetta di riprendere il processo di chiusura dei campi, che era fatto di tante azioni, che si sono bloccate, comprese quella di favorire il rimpatrio di alcune famiglie o le borse lavoro». Ma mette in guardia: «Formalmente il 31 dicembre scade il contratto con gli enti gestori secondo il Piano Maroni, finisce la convenzione stipulata ai primi di maggio. Due settimane fa abbiamo scritto al Comune per far notare la questione e chiedere cosa fare nel futuro. Per noi è motivo di preoccupazione, perché l’operazione non è stata completata. Quindi permane il problema della chiusura dei campi e quindi dell’allocazione diversa delle famiglie».
Anche don Virginio Colmegna, presidente della Casa della carità, smorza i toni: «Una decisione che deve svelenire il clima. L’ordinanza è precisa: chiede a Comune e Prefettura di rispettare quanto essi stessi hanno deliberato. Tutti ora dicono le solite cose, cercano la contrapposizione ideologica, sollevano il polverone che abbiamo già visto sulle “case popolari date ai rom”. Forse occorre ancora una volta ripetere: non sono case popolari, sono alloggi fuori graduatoria, affidate a Casa della carità, Ceas e Consorzio Farsi prossimo. Il progetto di autonomia prevede l’affiancamento di 12 mesi alle famiglie, per permettere loro di andare ad abitare autonomamente. Proprio oggi una famiglia rom che abbiamo seguito ha firmato il mutuo per una casa poco fuori Milano. Auspico che d’ora in poi vinca il buon senso, per guardare in faccia la situazione e cercare vie d’uscita umane». I patti vanno rispettati. E le 25 case, come d’accordo, devono essere destinate a Casa della carità, Ceas e Consorzio Farsi prossimo per accogliere alcune famiglie rom in uscita dal campo di via Triboniano. Lo ha stabilito il giudice civile del Tribunale di Milano, accogliendo il ricorso promosso da 10 rom.«Non ci piace assumere l’atteggiamento della ripicca, di chi dice avevamo ragione noi. Vorremmo innanzitutto evitare un atteggiamento di carattere vendicativo – commenta don Roberto Davanzo, direttore della Caritas ambrosiana -. L’ordinanza dice che erano procedure corrette quelle che Comune, Prefettura e Regione avevano attivato con le nostre realtà, all’interno del Piano Maroni per la chiusura dei campi. Il vero messaggio che il giudice ha formulato è che questo si poteva fare, non c’era mancanza di rispetto nei confronti degli italiani e delle regole dell’Aler. Quindi il fatto che il giudice abbia detto che le case – per le quali è stato stipulato un contratto d’affitto con gli enti gestori – vanno date a queste famiglie è perché tutta la procedura durata per mesi aveva fondamento e ragionevolezza».Davanzo non vuole fare nessuna polemica: «Per il resto si rischia di entrare in una logica di polemica che non ci interessa, perché non risolve il problema e non fa andare avanti. Ci auguriamo che questo permetta di riprendere il processo di chiusura dei campi, che era fatto di tante azioni, che si sono bloccate, comprese quella di favorire il rimpatrio di alcune famiglie o le borse lavoro». Ma mette in guardia: «Formalmente il 31 dicembre scade il contratto con gli enti gestori secondo il Piano Maroni, finisce la convenzione stipulata ai primi di maggio. Due settimane fa abbiamo scritto al Comune per far notare la questione e chiedere cosa fare nel futuro. Per noi è motivo di preoccupazione, perché l’operazione non è stata completata. Quindi permane il problema della chiusura dei campi e quindi dell’allocazione diversa delle famiglie».Anche don Virginio Colmegna, presidente della Casa della carità, smorza i toni: «Una decisione che deve svelenire il clima. L’ordinanza è precisa: chiede a Comune e Prefettura di rispettare quanto essi stessi hanno deliberato. Tutti ora dicono le solite cose, cercano la contrapposizione ideologica, sollevano il polverone che abbiamo già visto sulle “case popolari date ai rom”. Forse occorre ancora una volta ripetere: non sono case popolari, sono alloggi fuori graduatoria, affidate a Casa della carità, Ceas e Consorzio Farsi prossimo. Il progetto di autonomia prevede l’affiancamento di 12 mesi alle famiglie, per permettere loro di andare ad abitare autonomamente. Proprio oggi una famiglia rom che abbiamo seguito ha firmato il mutuo per una casa poco fuori Milano. Auspico che d’ora in poi vinca il buon senso, per guardare in faccia la situazione e cercare vie d’uscita umane».

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