Le tante facce di Giuseppe Lazzati raccontate da chi ha lavorato con lui. Maria Dutto lo ricorda come rettore dell'Università Cattolica ed Enrico Morati come direttore de «L'Italia»

Carlo ROSSI
Redazione

Giuseppe Lazzati, di cui si celebra quest’anno il centenario della nascita, fu personaggio poliedrico: non solo uomo politico (era nella Costituente), ma anche Rettore di una grande Università e direttore di un giornale.
Maria Dutto, già presidente diocesana dell’Ac, lo conobbe in Università Cattolica, dove lei seguiva molti aspetti organizzativi: «Da una parte il Professore metteva soggezione e incuteva rispetto, dall’altra si apriva a una grande cordialità, soprattutto con i giovani. La sua grande statura la si vedeva proprio nel passaggio dal ruolo di rettore ad animatore culturale a livello di base ecclesiale e civile. Non faceva il rettore fuori». Dutto ricorda inoltre l’esperienza dei convegni di aggiornamento della Cattolica: «Più che convegni erano veri e propri corsi di aggiornamento promossi dall’Università su temi di attualità. Lazzati li aveva pensati con il professor Mario Romani.
Volevano rappresentare l’impegno dell’Uc di portare il lavoro effettuato a livello di territorio: anche lo spostamento della sede della Mendola – sede universitaria – ad importanti città era simbolico di questo rapporto. Costruire gruppi locali di riflessione e di elaborazione per creare operatori culturali nelle diocesi e nelle comunità locali. Uno degli appuntamenti più rilevanti fu il corso di Verona sulla laicità, con grande partecipazione di personalità civili di diversa estrazione. In questo senso seppe guardare avanti. Grazie alla collaborazioni di intellettuali cattolici progettò percorsi poi ripresi nel tempo. Ma ogni giornata iniziava con un tempo personale di preghiera».
Il Lazzati direttore de «L’Italia», ci viene invece raccontato da Enrico “Chicco” Morati, all’epoca segretario di redazione e suo strettissimo collaboratore: «Non fu un direttore soltanto di firma, né di facciata. Questo va detto con forza! Certo, si rendeva conto che di quel mestiere sapeva poco (anche se la sua cultura e la sua intelligenza, che mi piace chiamare “ragione”, si confacevano perfettamente alla professione giornalistica».
«Ma proprio perché consapevole di questi suoi “limiti” – prosegue Morati -, Lazzati non solo esercitava con autorevolezza il ruolo di direttore, ma seguiva con umiltà, oserei dire, anche tutte le fasi di lavorazione del giornale, e non solo quelle redazionali. E poi aveva fiuto: portò alcuni giovani collaboratori che ben presto dimostrarono tutto il loro valore, ma anche firme prestigiose. Le idee non gli mancavano di certo. E poi sapeva leggere i segni dei tempi. Volle, ad esempio, una pagina interamente dedicata al mondo giovanile, diversi anni prima del Sessantotto! Per non parlare dell’introduzione della pagina sindacale, di una nuova impostazione della “terza pagina”, dell’attenzione alla Borsa e alle questioni economico-finanziarie (una novità per la stampa cattolica). Insomma, Lazzati affrontò la professionalità del giornalista con quell’impegno e quello stile che lo contraddistinguevano in ogni cosa che faceva».
Giuseppe Lazzati, di cui si celebra quest’anno il centenario della nascita, fu personaggio poliedrico: non solo uomo politico (era nella Costituente), ma anche Rettore di una grande Università e direttore di un giornale.Maria Dutto, già presidente diocesana dell’Ac, lo conobbe in Università Cattolica, dove lei seguiva molti aspetti organizzativi: «Da una parte il Professore metteva soggezione e incuteva rispetto, dall’altra si apriva a una grande cordialità, soprattutto con i giovani. La sua grande statura la si vedeva proprio nel passaggio dal ruolo di rettore ad animatore culturale a livello di base ecclesiale e civile. Non faceva il rettore fuori». Dutto ricorda inoltre l’esperienza dei convegni di aggiornamento della Cattolica: «Più che convegni erano veri e propri corsi di aggiornamento promossi dall’Università su temi di attualità. Lazzati li aveva pensati con il professor Mario Romani.Volevano rappresentare l’impegno dell’Uc di portare il lavoro effettuato a livello di territorio: anche lo spostamento della sede della Mendola – sede universitaria – ad importanti città era simbolico di questo rapporto. Costruire gruppi locali di riflessione e di elaborazione per creare operatori culturali nelle diocesi e nelle comunità locali. Uno degli appuntamenti più rilevanti fu il corso di Verona sulla laicità, con grande partecipazione di personalità civili di diversa estrazione. In questo senso seppe guardare avanti. Grazie alla collaborazioni di intellettuali cattolici progettò percorsi poi ripresi nel tempo. Ma ogni giornata iniziava con un tempo personale di preghiera».Il Lazzati direttore de «L’Italia», ci viene invece raccontato da Enrico “Chicco” Morati, all’epoca segretario di redazione e suo strettissimo collaboratore: «Non fu un direttore soltanto di firma, né di facciata. Questo va detto con forza! Certo, si rendeva conto che di quel mestiere sapeva poco (anche se la sua cultura e la sua intelligenza, che mi piace chiamare “ragione”, si confacevano perfettamente alla professione giornalistica».«Ma proprio perché consapevole di questi suoi “limiti” – prosegue Morati -, Lazzati non solo esercitava con autorevolezza il ruolo di direttore, ma seguiva con umiltà, oserei dire, anche tutte le fasi di lavorazione del giornale, e non solo quelle redazionali. E poi aveva fiuto: portò alcuni giovani collaboratori che ben presto dimostrarono tutto il loro valore, ma anche firme prestigiose. Le idee non gli mancavano di certo. E poi sapeva leggere i segni dei tempi. Volle, ad esempio, una pagina interamente dedicata al mondo giovanile, diversi anni prima del Sessantotto! Per non parlare dell’introduzione della pagina sindacale, di una nuova impostazione della “terza pagina”, dell’attenzione alla Borsa e alle questioni economico-finanziarie (una novità per la stampa cattolica). Insomma, Lazzati affrontò la professionalità del giornalista con quell’impegno e quello stile che lo contraddistinguevano in ogni cosa che faceva». Una via a Milano – Intitolare una via o una piazza a Giuseppe Lazzati nel centenario della nascita. Lo propone una mozione depositata a Palazzo Marino appositamente il 18 maggio scorso, 23° anniversario della morte. Primo firmatario il consigliere Giovanni Colombo. «Il professor Lazzati – si legge nel testo – ha testimoniato nei suoi molteplici incarichi pubblici uno spirito mite, un cordiale apprezzamento di ogni autentico valore umano, una continua disponibilità al dialogo con tutti. Da milanese, orgoglioso di essere nato in Porta Cicca, ha sempre vissuto un forte attaccamento alla nostra città».

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