Il presidente della Casa della Carità lancia un progetto per il futuro. Un salto di qualità per fare passi avanti, coniugando legalità e solidarietà: «Puntiamo sulla cultura e sulla spiritualità dell'ospitalità»�

Pino NARDI
Redazione

«Vorrei lanciare a breve una proposta: come in concreto – e non con gli slogan – superare la logica dei campi nomadi e delle favelas. Non pensando solo ai rom, perché il degrado sta attraversando tutti e chiede che ci si metta insieme ad affrontare questi problemi trovando gli elementi comuni. Però si può solo se vince una cultura, una spiritualità dell’ospitalità, che riprenda parole, ragione politica, intelligenza sociale e non lo scontro».
Don Virginio Colmegna, presidente della Casa della Carità, dopo l’ennesimo sgombero di un campo rom, ragiona sulla situazione e lancia un progetto per il futuro. Alla società civile, ma soprattutto alle istituzioni, chiede un salto di qualità. Perché se si lavora seriamente, se si coniugano legalità e solidarietà, passi avanti si possono fare.

Lo sgombero di Bacula è stato un po’ diverso, più “umano”. Il vostro recente documento ha fatto effetto…
Abbiamo elaborato un documento che non va collocato solo nella prospettiva sociale, ma nasce dalle motivazioni più profonde per cui operiamo: la dignità della vita delle persone va salvaguardata comunque. E la prima condizione è quella di non dare nessuno per perso. Questa è una scelta apparentemente normale che va colta nel suo significato: avere firmato il documento con altre realtà che muovono il loro impegno dalla bellezza e dalla semplicità del Vangelo è importante, in linea profonda con il magistero del cardinale Tettamanzi, che qualche volta viene letto in chiave politica e strumentale. Per questo abbiamo voluto che si evitasse lo scontro ideologico. Abbiamo cercato – soprattutto con l’opera dei padri Somaschi e dei volontari che erano lì da tempo, a cui va il grande apprezzamento per il lavoro quotidiano fatto – di individuare quelle situazioni per le quali serviva un intervento di ospitalità a lungo termine. Nella prima valutazione del possibile abbiamo accolto i nuclei familiari che hanno figli piccoli, che vanno a scuola, sui quali è possibile fare un progetto di accompagnamento serio, a toglierli dalla logica dell’emergenza.

Questa volta però il rapporto con le istituzioni è stato più costruttivo…
Infatti. L’abbiamo voluta condividere con le istituzioni, perché non fosse solo un’operazione di carattere privato. Quindi c’è stato l’impegno della Prefettura, accompagnato anche dal Comune, al quale abbiamo chiesto anche un’altra disponibilità, ma a quel punto segnata dall’emergenza, con l’offerta dei dormitori.

Molti del campo sono andati via…
Sappiamo che la maggioranza ha rifiutato la logica di emergenza, spinta da altre illusioni, ma che ricade poi nella stessa logica. Siamo preoccupati dall’utilizzo delle persone da una parte e dall’altra: da chi brinda perché sono andati via, quasi che davano solo fastidio e basta. Sia da quelli che vorrebbero utilizzare i rom per lo scontro e il conflitto ideologico. Però così vanno di mezzo le persone povere che non sanno nemmeno cos’è il conflitto.

In ogni caso rimane sempre la logica dello sgombero. Bisogna andare oltre: lei parla di programma di integrazione a lungo termine…
Certo, ma soprattutto rimane un modo di guardare alla città metropolitana, dove le favelas e i “non luoghi” sono legati a situazioni di abbandono e di degrado. Non dimentichiamo che i rom di Bacula venivano dalla Bovisasca. Credo che lì non si sia neppure iniziato il lavoro di bonifica dei terreni, che pure sembrava urgente. Il degrado produce degrado: superarlo vuol dire dare serenità anche ai cittadini. Perciò dobbiamo accelerare, il degrado sollecita uno sviluppo serio, programmatico, di liberare tutte le zone fatiscenti. Per far questo è importante offrire la cultura di un’ospitalità fatta di regole, che non vuole il nemico, il capro espiatorio. La legalità non può essere un’arma per cacciarli via, ma è un bene per loro, per sottrarli al degrado. E non riguarda solo i rom. Abbiamo bisogno di politiche sociali serie.

Conciliare solidarietà e legalità…
Sì, che faccia trionfare poi questa cultura che con molto coraggio, anche se in un modo laico, chiamo della spiritualità. Deve crescere non una comunità rabbiosa o rancorosa, ma appunto perché è forte, appassionata di giustizia e di legalità, non accetta le situazioni degrado.

Finalmente nelle istituzioni si comincia a parlare esplicitamente di Piano rom. Che ne pensa?
Già. Che la questione sia entrata nell’agenda politica, non solo dell’ordine pubblico, è un passaggio importante: nel piano di zona del Comune di Milano per la prima volta c’è la parola “Piano rom”, non nascondendolo nel capitolo delle persone fragili. Non dobbiamo avere paura di usare questa parola nell’impianto istituzionale che per principio ha il tema della coesione sociale e della legalità. «Vorrei lanciare a breve una proposta: come in concreto – e non con gli slogan – superare la logica dei campi nomadi e delle favelas. Non pensando solo ai rom, perché il degrado sta attraversando tutti e chiede che ci si metta insieme ad affrontare questi problemi trovando gli elementi comuni. Però si può solo se vince una cultura, una spiritualità dell’ospitalità, che riprenda parole, ragione politica, intelligenza sociale e non lo scontro».Don Virginio Colmegna, presidente della Casa della Carità, dopo l’ennesimo sgombero di un campo rom, ragiona sulla situazione e lancia un progetto per il futuro. Alla società civile, ma soprattutto alle istituzioni, chiede un salto di qualità. Perché se si lavora seriamente, se si coniugano legalità e solidarietà, passi avanti si possono fare.Lo sgombero di Bacula è stato un po’ diverso, più “umano”. Il vostro recente documento ha fatto effetto…Abbiamo elaborato un documento che non va collocato solo nella prospettiva sociale, ma nasce dalle motivazioni più profonde per cui operiamo: la dignità della vita delle persone va salvaguardata comunque. E la prima condizione è quella di non dare nessuno per perso. Questa è una scelta apparentemente normale che va colta nel suo significato: avere firmato il documento con altre realtà che muovono il loro impegno dalla bellezza e dalla semplicità del Vangelo è importante, in linea profonda con il magistero del cardinale Tettamanzi, che qualche volta viene letto in chiave politica e strumentale. Per questo abbiamo voluto che si evitasse lo scontro ideologico. Abbiamo cercato – soprattutto con l’opera dei padri Somaschi e dei volontari che erano lì da tempo, a cui va il grande apprezzamento per il lavoro quotidiano fatto – di individuare quelle situazioni per le quali serviva un intervento di ospitalità a lungo termine. Nella prima valutazione del possibile abbiamo accolto i nuclei familiari che hanno figli piccoli, che vanno a scuola, sui quali è possibile fare un progetto di accompagnamento serio, a toglierli dalla logica dell’emergenza.Questa volta però il rapporto con le istituzioni è stato più costruttivo…Infatti. L’abbiamo voluta condividere con le istituzioni, perché non fosse solo un’operazione di carattere privato. Quindi c’è stato l’impegno della Prefettura, accompagnato anche dal Comune, al quale abbiamo chiesto anche un’altra disponibilità, ma a quel punto segnata dall’emergenza, con l’offerta dei dormitori.Molti del campo sono andati via…Sappiamo che la maggioranza ha rifiutato la logica di emergenza, spinta da altre illusioni, ma che ricade poi nella stessa logica. Siamo preoccupati dall’utilizzo delle persone da una parte e dall’altra: da chi brinda perché sono andati via, quasi che davano solo fastidio e basta. Sia da quelli che vorrebbero utilizzare i rom per lo scontro e il conflitto ideologico. Però così vanno di mezzo le persone povere che non sanno nemmeno cos’è il conflitto.In ogni caso rimane sempre la logica dello sgombero. Bisogna andare oltre: lei parla di programma di integrazione a lungo termine…Certo, ma soprattutto rimane un modo di guardare alla città metropolitana, dove le favelas e i “non luoghi” sono legati a situazioni di abbandono e di degrado. Non dimentichiamo che i rom di Bacula venivano dalla Bovisasca. Credo che lì non si sia neppure iniziato il lavoro di bonifica dei terreni, che pure sembrava urgente. Il degrado produce degrado: superarlo vuol dire dare serenità anche ai cittadini. Perciò dobbiamo accelerare, il degrado sollecita uno sviluppo serio, programmatico, di liberare tutte le zone fatiscenti. Per far questo è importante offrire la cultura di un’ospitalità fatta di regole, che non vuole il nemico, il capro espiatorio. La legalità non può essere un’arma per cacciarli via, ma è un bene per loro, per sottrarli al degrado. E non riguarda solo i rom. Abbiamo bisogno di politiche sociali serie.Conciliare solidarietà e legalità…Sì, che faccia trionfare poi questa cultura che con molto coraggio, anche se in un modo laico, chiamo della spiritualità. Deve crescere non una comunità rabbiosa o rancorosa, ma appunto perché è forte, appassionata di giustizia e di legalità, non accetta le situazioni degrado.Finalmente nelle istituzioni si comincia a parlare esplicitamente di Piano rom. Che ne pensa?Già. Che la questione sia entrata nell’agenda politica, non solo dell’ordine pubblico, è un passaggio importante: nel piano di zona del Comune di Milano per la prima volta c’è la parola “Piano rom”, non nascondendolo nel capitolo delle persone fragili. Non dobbiamo avere paura di usare questa parola nell’impianto istituzionale che per principio ha il tema della coesione sociale e della legalità.

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