Una sera alla settimana, nei locali della parrocchia milanese di San Pio V, un pasto caldo viene offerto ai senza tetto. Non solo. I volontari de "La cena dell'amicizia" hanno aperto anche centri notturni e diurni. Dispongono inoltre di 20 alloggi dell'Aler


Redazione

04/07/2008

di Luisa BOVE

La Milano degli anni Sessanta, se da una parte respira l’aria nuova del Concilio, dall’altra assiste alle lotte operaie e alle contestazioni studentesche. E nonostante siano anche gli anni del boom economico, la città è ancora segnata da sacche di povertà. Non è infrequente notare barboni rovistare nei cestini dei rifiuti o trovare i senza fissa dimora addormentati sulle panchine.

Questa vista interpella i più sensibili e alla fine qualcuno di loro decide di rimboccarsi le maniche. È quanto capita a Ermanno Azzali, un giovane della parrocchia di San Pio X, dopo aver visto troppe volte alcuni clochard sulle panchine di piazza Leonardo da Vinci.

Èil 1968. Non esita a coinvolgere il prete di allora, don Franco Pozzi, che subito mette a disposizione un locale dell’oratorio e un salone dove una sera alla settimana offrire un pasto caldo ai senza tetto. È nata così “La cena dell’amicizia”, che a distanza di 40 anni si ripete ogni martedì sera ed è frequentata oggi da 35-40 ospiti e oltre 20 volontari a turno.

All’inizio i volontari invitavano i poveri che trovavano sulla piazza della chiesa in Città Studi, poi hanno allargato l’invito ai barboni che dormivano alla Stazione Centrale. Allora “La cena” era frequentata solo da italiani dai 50 anni in su, poi il target ècambiato.

«Oggi abbiamo molti emarginati gravi, persone tra i 30 e i 50 anni che hanno perso la casa – dice il presidente Aurelio Lamiani -. Le donne invece sono poche, anche perché tengono molto di più all’abitazione: devono essere ridotte male per abbandonarla e a mettersi a dormire sotto i ponti». Negli anni Ottanta, alla cena del martedì sono approdati anche nordafricani e qualche albanese.

Ancora oggi i volontari si siedono a tavola con gli ospiti per condividere il pasto, che spesso diventa anche l’occasione per raccogliere confidenze: dalle difficoltà della vita fino a esplicite richieste di aiuto: «All’inizio si gestiva l’emergenza; poi i volontari, affezionandosi agli ospiti, hanno cominciato a occuparsi di loro anche durante la settimana».

Intanto l’associazione cresceva e le esigenze aumentavano. «Ci siamo resi conto che i tempi erano “maturi” per fare qualcosa di più», racconta il presidente. Così nel 1989 è nato il centro notturno maschile con 13 posti-letto nel quartiere Comasina. Una piccola accoglienza che ha consentito ai nuovi ospiti di «curarsi, acquistare fiducia in loro stessi e ricominciare a vivere, oltre che capire le cause dei loro mali – spiega Lamiani -. Noi però non facciamo assistenzialismo, piuttosto proponiamo percorsi che devono essere accettati dai nostri ospiti».

Chi di loro riesce a uscire dalla spirale di emarginazione, viene accolto in un mini-appartamento in zona Calvairate-Molise, dove l’associazione dispone di oltre 20 alloggi Aler. Gli inquilini sono soprattutto pensionati o lavoratori, perché per pagare affitto e spese devono avere autonomia economica. L’idea è che poi lascino questa abitazione temporanea per tornare a casa loro, andare da parenti o in altri alloggi a prezzi ragionevoli.

Nel 1997 l’associazione ha aperto anche un centro diurno in via Grazzini 12/2 (oggi intitolato a Ermanno Azzali, il fondatore scomparso cinque anni fa), «frequentato da uomini e donne dei nostri centri, ma anche da persone mandate dai Servizi sociali».

In particolare la struttura è nata «per riempire la giornata a coloro che non sono in grado di andare a lavorare presso cooperative o altre realtà», dice il presidente. Oggi il centro diurno è frequentato da 10-20 ospiti che possono scegliere tra diverse attività di laboratorio gestite dai volontari: dalla lavorazione del legno alla pittura, dal découpage a piccoli lavori di restauro…

Nel 2002 “La cena dell’amicizia” ha avviato anche un centro notturno femminile con 8 posti letto in via Spadini. «Tra le ospiti ci sono donne di 40-50 anni con figli ormai grandi: hanno problemi psichici, di alcol o per diversi motivi hanno perso la casa», dice Lamiani. Le più giovani invece «si lasciano andare quando gli vengono tolti i figli perché non sono più in grado di mantenerli». E finiscono per strada.

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