L'esperienza dell'Università Bicocca: 60 bambini, figli dei dipendenti dell'ateneo e di altre ditte, frequentano la struttura; tra gli educatori anche gli studenti della facoltà di Scienze della formazione. Un servizio che va incontro alle mamme lavoratrici, ma occorrono personale qualificato e spazi funzionali


Redazione

13/05/2008

di Cristina CONTI

Avere una famiglia e continuare a lavorare. Un scelta che aiuta ad aumentare il budget familiare e che permette a molte donne di poter svolgere la professione sognata, dopo tanti anni di studio. Ma non sempre è facile conciliare le due cose. Da tanti anni ormai si parla di servizi aziendali, pubblici e privati, che possano aiutare le mamme che si trovano in questa situazione.

Per questo motivo all’Università Bicocca è nato un nido aziendale rivolto alle persone che lavorano nell’ateneo, ma anche alla Pirelli e alla Deutsche Bank. Si trova in un edificio di proprietà del Comune, a pochi passi dalle sedi delle tre aziende. «Siamo partiti tre anni fa da un consorzio formato da Cedem, Cgm e Milano ristorazione – spiega la professoressa Susanna Mantovani, preside della Facoltà di Scienze della Formazione all’Università degli Studi Milano Bicocca e direttrice del nido -. Grazie a una convenzione con il Comune, i dipendenti della Bicocca pagano per fasce di reddito, come avviene nei nidi comunali. In cambio noi ci siamo impegnati a riservare un terzo dei posti per i bambini del quartiere. Al momento abbiamo 60 bambini e possiamo arrivare a un massimo di 64».

Una struttura a servizio delle famiglie, ma anche una palestra per i ragazzi che frequentano la facoltà di Scienze della Formazione: molte studentesse scelgono di fare lì il loro tirocinio. «Questo aspetto è particolarmente positivo, perché ci offre la possibilità di sperimentare e di creare progetti sempre nuovi – aggiunge la Mantovani -. I nostri studenti hanno poi la possibilità di mettere in campo direttamente le conoscenze acquisite sui libri».

Genitori che lavorano, nonni lontani o troppo anziani per prendersi cura dei nipoti, sono realtà ormai all’ordine del giorno nel capoluogo lombardo. Soprattutto per chi vive nell’hinterland e deve affrontare lunghi tragitti per arrivare al posto di lavoro.

Ma quali sono le caratteristiche che deve avere un asilo nido aziendale, per potersi fidare davvero? «Innanzitutto personale qualificato che, oltre a un titolo di studio adeguato, segue corsi di aggiornamento. Dev’esserci un turn over basso, in modo che i bambini non cambino continuamente le figure di riferimento. Le strutture devono possedere una cucina propria per abituare i piccoli al gusto, all’equilibrio personale e i cibi sono concordati con il pediatra», spiega la Mantovani.

Un buon nido deve fare attenzione anche alla routine, allo stare all’aperto, alle attività di tipo espressivo, ludiche e grafiche. Gli arredi devono essere di buona qualità, gli spazi funzionali e l’estetica buona. Il bambino deve cominciare ad alimentarsi da solo, a condividere l’attenzione dell’adulto e a risolvere i primi conflitti che si possono creare con i compagni.

«Infine, è fondamentale il rapporto tra il numero degli educatori e quello dei bambini, per garantire che tutti siano seguiti bene – sottolinea l’esperta -. In genere dovrebbe essere di 1 a 7: in Lombardia il regolamento prevede che sia di 1 a 8; nel nostro asilo alla Bicocca, invece, per il primo anno è di 1 a 5».

Ma non sempre le aziende sono disposte a fare gli investimenti giusti. «La cultura aziendale spesso lo concepisce come un garage e per scegliere a chi affidarlo fa una gara d’appalto, come se si trattasse di una mensa – precisa la Mantovani -. Così non va bene: sono molti gli aspetti che si devono considerare. I nidi costano, soprattutto per il personale che deve essere pagato decentemente, almeno 800-900 euro al mese». Una mossa necessaria per affidare i bambini a professionisti seri e con tutti i titoli necessari.

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