Celebrazioni a Varese e a Como per il decennale di un'università ormai non più solo distrettuale, ma che accoglie studenti provenienti anche da altre regioni e Paesi


Redazione

16/07/2008

di Andrea GIACOMETTI

Un’istituzione universitaria con un piede sul territorio e uno in Europa. Uno slogan che può aiutare a ripercorrere la storia dell’Università dell’Insubria che, in questi giorni, nelle sedi di Varese e Como, ha festeggiato i primi dieci anni di attività.

Una risorsa importante per il territorio che, come ha sottolineato qualcuno, ha puntato sulla cultura e sulla formazione universitaria di fronte al rapido declino di un’economia storicamente legata all’industria. Un’università che ha legato le sue origini a una ragione forte, molto concreta, tenuta ferma e ribadita negli anni, soprattutto quando si è trattato di fare fronte a qualche difficoltà.

Ufficialmente la data di nascita dell’Insubria è il 14 luglio 1998, quando l’allora ministro all’Istruzione Luigi Berlinguer firmò il decreto. A Varese, l’ex ministro ha recitato un piccolo mea culpa: «Hanno voluto chiamarla Insubria e hanno fatto bene. Io pensavo fosse meglio Oxford, forse perché ero troppo poco celtico…».

Ma dietro a quella firma c’erano più di vent’anni di storia, di dibattiti, iniziative di sostegno, ma anche qualche distinguo di peso. Esemplare quello dell’Unione Industriali di Varese, che nel ’91 decise di fondare, sullo stesso territorio, la propria Università Cattaneo.

Ma torniamo all’Insubria: le origini più lontane risalgono agli inizi degli anni Settanta, quando l’Università di Pavia decise di distaccare alcuni corsi di Medicina e Chirurgia a Varese. Un avvio in sordina, con una prima lezione tenuta dal professor Delfino Barbieri in un reparto dell’ospedale varesino. Poi, per gemmazione, altri corsi, altri indirizzi, a Varese e a Como, fino all’autonomia sancita da Berlinguer, con la scelta di un inedito sistema bipolare (o “a rete”).

Un sistema che ha camminato parecchio in questi anni, come ha sottolineato il rettore Renzo Dionigi, il chirurgo di fama giunto al suo quarto mandato al vertice dell’ateneo: «Questi dieci anni sono stati connotati da considerevoli successi, che hanno consentito di trattenere energie giovanili sul territorio, ma anche di accogliere studenti provenienti da altre regioni e Paesi, che hanno fatto di questo ateneo una realtà non più solo distrettuale».

Un’evoluzione, ha sottolineato ancora Dionigi, che ha portato l’Insubria al 25° posto (su sessanta) nella classifica delle università italiane stilata dal quotidiano Il Sole 24 Ore, «precedendo diversi, prestigiosi atenei di più lunga storia».

Ma anche alle celebrazioni varesine è risuonata l’eco di tagli e riduzioni di risorse sul fronte delle risorse. Colpa del «debito pubblico che opprime come un macigno le scelte dei governi», come ha detto il ministro degli Interni, il varesino Roberto Maroni.

Un problema che, secondo il ministro all’Istruzione Mariastella Gelmini, può essere risolto con «la facoltà di trasformare le università in fondazioni, in modo da attrarre risorse private». Difficoltà finanziarie che, denuncia il rettore Dionigi, «finiscono per colpire soprattutto le università di medie dimensioni e di più recente formazione».

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