Il teologo Lattuada: «Bene lo stimolo profetico della Chiesa, ma interventi su problemi come questo non possono essere lasciati solo all'iniziativa privata, di buona volontà e di testimonianza»


Redazione

05/03/2008

di Pino NARDI

«Interventi di tipo testimoniale o profetico della comunità cristiana scuotono l’attenzione sul problema grave della mancanza di case. Però risolverlo diventa una questione politica: la casa è un bene comune nei cui confronti l’iniziativa privata non è sufficiente». Il teologo don Antonio Lattuada riflette sull’emergenza casa a Milano.

La Chiesa milanese ha sollecitato l’urgenza di un impegno concreto. Ma c’è un dovere sociale del singolo credente?
Certo, la carenza di case non è una disgrazia fatalistica dovuta al destino, ma è riconducibile a scelte e iniziative umane. Il punto è evitare il moralismo: un ricorso all’esortazione morale rischia di essere troppo precipitoso. I singoli credenti e le comunità cristiane hanno uno spazio in cui possono agire: se hanno risorse possono utilizzarle. Temo però che se non si va a fondo della questione, che ha cause strutturali e non solo contingenti legate a circostanze passeggere, si rischia che il problema non venga risolto.

Alcune realtà si stanno dando da fare…
Le parrocchie che mettono a disposizione i loro locali hanno una valenza di testimonianza, di richiamo, di sollecitazione all’attenzione. La casa è uno di quei beni in cui il sistema del mercato presenta molti limiti, non riesce da solo a risolvere il problema. La libera concorrenza spesso funziona, è il sistema più adatto per produrre e distribuire molti beni in modo equo, senza sprechi. Nei confronti della casa invece si sollevano difficoltà strutturali: non penso sia sufficiente appellarsi alla buona volontà delle persone. Una volta che le parrocchie hanno messo a disposizione i propri locali, poi è finita. Ma la necessità complessiva rimane.

Quindi è una sollecitazione a chi ha responsabilità politiche…
Sì, ma non nel senso di trasferire la responsabilità ad altri, piuttosto nel prendere coscienza che la responsabilità pubblica è di tutti. Quindi da non intendere come una delega ai governanti. Però affrontare in questa chiave il problema richiede un intervento che non può essere lasciato solo all’iniziativa privata, di buona volontà e di testimonianza. Occorre un intervento pubblico della collettività di cui facciamo parte, dobbiamo essere tutti disposti a dare un contributo in questo senso. Chi ha risorse può e deve metterle a disposizione: amare il prossimo non è per le cose di minor conto. Ma non può essere affrontato solo in questi termini, altrimenti rischia di essere un po’ retorica, perché le persone hanno limiti di disponibilità. È più un problema generale di formazione a una coscienza pubblica, di uscire dal proprio individualismo.

Èun problema di formazione sociale…
Vuol dire interessarsi a questi problemi che toccano la convivenza, ma anche fare diagnosi corrette, capire e conoscere i motivi. Altrimenti anche la terapia non risulta efficace. C’è un difetto da parte della coscienza cristiana, quella di riuscire a elaborare una diagnosi pertinente dei problemi sociali. La buona volontà di occuparsi della società è condizione necessaria, ma non è sufficiente. Occorre che ci sia anche uno sforzo di intelligenza. Lazzati diceva di «pensare politicamente». Altrimenti si rischia di fare molta retorica, ma inefficace.

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