Milano terza città d'Europa per consumo di stupefacenti. E il Comune chiede aiuto alla Comunità di San Patrignano


Redazione

31/10/2008

di Cristina CONTI

E’ la droga la vera emergenza di Milano. E la cocaina in particolare. A lanciare l’allarme è il sindaco Letizia Moratti dopo aver incontrato Andrea Muccioli, responsabile della Comunità di San Patrignano.

Il capoluogo lombardo è la terza città d’Europa per consumo di stupefacenti, alle spalle di Madrid e Londra. Sono 150 mila i milanesi che fanno uso di droga. Il 44,7% ha fatto ricorso a cannabis almeno una volta. La cocaina viene consumata dal 30% dei giovani tra i 25 e i 34 anni, e dal 28% dei ragazzi tra i 15 e i 24 anni. Mentre lo spaccio di eroina è aumentato del 50% negli ultimi quattro anni. Sette famiglie su dieci temono che il proprio figlio abbia problemi con la droga. E, infatti, è la casa il luogo privilegiato per il consumo (30%), seguita dalla discoteca (25%) e dal lavoro (20%).

Con l’incontro con Muccioli viene inaugurata una nuova collaborazione tra il Comune e la Comunità di San Patrignano. L’obiettivo sarà quello di reprimere, ma anche di recuperare. Tra pochi giorni uscirà un’ordinanza di Palazzo Marino che sancirà il divieto di consumare droga all’aperto, pena una multa di 500 euro, ma anche il potenziamento delle offerte dei percorsi di recupero dei tossicodipendenti.

Impraticabile, invece, l’opzione che metterebbe il consumatore di sostanze di fronte all’alternativa tra la multa e il ricovero in comunità. «Una sanzione che prevede non solo una punizione, ma la possibilità di recuperare, cioè di far fronte ai propri errori con un percorso in positivo, è bene accetta», commenta Muccioli.

Ordinanze che arriveranno appena saranno potenziate le reti sociali si prevenzione e di reinserimento. Un problema aperto rimane, infatti, il carcere. «Oggi sette detenuti su dieci reclusi a San Vittore sono stranieri. E buona parte di questi è stata arrestata per spaccio di droga – sottolinea il vicesindaco Riccardo De Corato -. Chi commette questi reati resta in carcere poco: il 70% non più di tre giorni, l’85% al massimo una settimana. Una situazione che vanifica la garanzia di certezza della pena. Tutti devono fare la propri parte se si vogliono davvero ottenere risultati».

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