Sabato 24 maggio la visita dell'Arcivescovo al penitenziario di Monza. Il cappellano don Riccardo Festa spiega come i detenuti si preparano a ricevere il Cardinale. Avvicinarsi alla fede dietro le sbarre è possibile per chi vuole cambiare strada


Redazione

23/05/2008

di Filippo MAGNI

Sabato 24 maggio il cardinale Dionigi Tettamanzi si recherà nella casa circondariale di Monza per presiedere alle 14 una celebrazione eucaristica. Facendo visita ai detenuti porterà la sua parola di prossimità e speranza in una realtà dove guardare al futuro con serenità è difficile, ma non impossibile, soprattutto con l’aiuto del Vangelo. Perché pure in carcere la fede può nascere, crescere, affievolirsi, ma anche consolidarsi. Essere carcerati e cristiani è possibile.

Don Riccardo Festa, cappellano del carcere, spiega che la religiosità dei detenuti si riassume in alcune categorie: «Ci sono quelli che vengono da una famiglia cristiana, hanno frequentato la formazione per i sacramenti nella preadolescenza e poi hanno preso strade che, in un tempo più o meno lungo, li hanno portati in carcere. Quasi tutti dicono: “Non avrei immaginato di arrivare così in fretta dove sono finito”».

In questi casi il ricordo delle esperienze giovanili è spesso un’ancora di salvezza: «Non accade per tutti – prosegue don Festa -, ma per chi vuole cambiare strada, l’esperienza fatta anche nella lontana infanzia si rivela una risorsa fortissima per ricuperare la voglia di ripartire e per giudicare quanto è accaduto di negativo».

«Questi carcerati non temono di cercare il prete, di chiedere di partecipare alla messa e di approfondire la loro fede – continua -. Per riconoscere il male fatto, hanno un luogo dove porsi che già appartiene a loro: è come un ritorno a casa. L’educazione ricevuta, l’esperienza felice vissuta permette loro di prendere le distanze dalle scelte negative compiute, avendo già un punto da cui ripartire e con cui hanno familiarità».

C’è anche chi, al contrario, non ha seguito percorsi di fede o di catechesi prima di essere arrestato, ma conserva una sorta di devozione nei confronti di un particolare santo o di un santuario. «È una religiosità – precisa don Festa – che ha convissuto spesso con una morale dalle maglie piuttosto larghe, dove passa di tutto. Tipico il ragionamento: “Male non ne ho fatto; io non ho costretto nessuno a drogarsi; sono loro che compravano…”».

Anche in questi casi la speranza che la vita possa migliorare passa attraverso questa religiosità semplice: «Il percorso per riformare queste coscienze non è facile, ma la devozione popolare conserva un valore importante: avere un santo protettore, o un santuario dove sono di casa, aiuta a custodire il senso di una misericordia possibile anche per me. In un luogo di sofferenza e di umiliazioni, la devozione popolare tiene viva la fede in un Dio che è buono, in un santo che non si dimentica di raccomandarmi presso il Padre eterno: questo aiuta a tenere stretta e a non nascondere la mia identità cristiana come un bene così prezioso da meritare di proporlo agli altri».

Una fede personale, un bene prezioso che può diventare testimonianza. Don Festa rivela che in carcere, tra i detenuti, si parla di religione: «Non nascondono la loro fede, chiedono di poterla esprimere, ne parlano con i compagni di cella o di sezione e alla fine qualcuno viene invitato a venire a messa e alla catechesi, a parlare col prete. Arrivano così a leggere il Vangelo, a imparare le preghiere cristiane, a partecipare alla messa».

Con l’aiuto del cappellano, con l’accompagnamento dei catechisti volontari, grazie a un cammino che parte dalle esperienze dell’infanzia: in diversi modi, tanti nel carcere monzese possono dirsi cristiani. Sono una comunità che cresce nella fede, conclude don Riccardo: «E tutto questo si fa strada ed è consistente, anche se le incomprensioni, gli egoismi, i conflitti e soprattutto quelli che non vogliono cambiare fanno più notizia».

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