Dire basta all’omertà: questo è un dovere che interpella anche la comunità ecclesiale.
L’esperienza del Decanato di Legnano nelle parole di monsignor Carlo Galli

di Pino NARDI

Milano

Il cardinale Tettamanzi lo aveva detto già nel 2007: «Le istituzioni hanno il compito di garantire la legalità, di far rispettare le leggi. E insieme anche di creare le condizioni perché le leggi possano essere rispettate. Non bastano allora né i ripetuti proclami né alcune operazioni di forte impatto emotivo. Dove ci sono precarietà e miseria si annidano i germi della illegalità».
Di fatto oggi è in atto una «colonizzazione» del Nord da parte della ’ndrangheta, la mafia calabrese in testa alla classifica della criminalità organizzata. Un controllo del territorio di Comuni e Province lombarde di cui non si può più far finta di non vedere o di non sapere. Curioso contrappasso rispetto all’omertà che per decenni ha caratterizzato la gente del Sud, vista da chi viveva al Nord quasi come un tratto culturale proprio. E qui ora invece nella ricca e avanzata Lombardia? Quante denunce di imprenditori? Nessuna. Quale mobilitazione della politica? Poco o niente. Non si può più dire che è “lesa maestà” o fango su una realtà considerata immune. Le indagini dell’Antimafia stanno squarciando un contesto fortemente inquinato.
Di fronte a tutto ciò la Chiesa si mobilita. A partire proprio dal territorio. Si stanno moltiplicando incontri, dibattiti, seminari per conoscere da vicino il cancro mafioso. A Legnano, per esempio, si è concluso lunedì un corso di tre incontri organizzati proprio per spezzare la catena dell’omertà. Titolo emblematico: “Vedo, sento… parlo?”, con annesse silhouette delle famose scimmiette. Promosso dalla Commissione socio-politica del Decanato, ma sollecitato da diverse realtà della società civile legnanese. Tra i relatori giornalisti, don Luigi Ciotti, Nando dalla Chiesa, il procuratore Alberto Nobili, Achille Lineo Colombo Clerici, Modesto Verderio, esponente della Lega Nord di Lonate Pozzolo.
«Abbiamo avuto una grande partecipazione, aumentata via via nelle tre serate – sottolinea con soddisfazione monsignor Carlo Galli, decano di Legnano -: l’Auditorium del liceo era strapieno, la gente era seduta in terra. Ma la cosa più bella era vedere che tanti giovani legati al mondo della scuola o alla Pastorale giovanile hanno accolto questo invito ad approfondire». Proprio i giovani sono i principali destinatari: «È la prospettiva educativa: che non si dica a scuola quando si affrontano questi problemi che si fa politica. Si sta facendo educazione». I giovani delle scuole stanno realizzando un cd che verrà diffuso e l’ultima sera hanno trasmesso la serata via internet.
Quindi il muro del silenzio e dell’omertà, in qualche modo è stato scalfito con questo primo corso? «L’impressione è che abbia avuto un forte richiamo. Poi, se è stato scalfito o meno, non sappiamo Adesso prepariamo un secondo gesto – annnuncia monsignor Galli -: insieme alla scuola e agli oratori avvieremo percorsi di formazione alla legalità, toccando concretamente il rischio dell’illegalità. Quindi non solo discorsi di principio, ma un’incidenza politica molto concreta».
Dunque, uno scenario più familiare a Palermo, Reggio Calabria o Napoli, ma il fatto che anche la Lombardia debba aprire gli occhi è sintomatico della pervasività… «Certo, il problema è proprio questo – incalza monsignor Galli – ci è stato detto con chiarezza che bisogna uscire dall’idea che questi sono i discorsi del Sud, perché ormai le documentazioni sono chiare. La mafia si muove a livello di grandi investimenti immobiliari, vengono coinvolti studi commercialisti e banche. Naturalmente il discorso quando lo ascolti per la prima volta suscita sorpresa, anche un po’ di paura. E poi non è facile trovare le istituzioni disponibili a questi discorsi. L’ultima sera è venuto il sindaco, ha fatto un saluto, insomma il discorso si è mosso…».
Un ruolo molto importante è allora affidato alla comunità cristiana, come motore di coscienza nuova. «La comunità cristiana non può esimersi dal mettere naso laddove ci sono problemi di giustizia – precisa il decano -. La testimonianza va lì: don Ciotti ha ricordato il giudice Rosario Livatino. Ha citato un quaderno che lui ha avuto dalla mamma, dove questo giovane magistrato, prima di essere ucciso, annotava i suoi pensieri. Uno di questi era: “Alla fine della vita ti chiederanno non se sei stato credente, ma se sei stato credibile sulla giustizia”. Quindi è una motivazione evangelica, che però si traduce molto concretamente in una sensibilità socio-politica».
Ma della “colonizzazione” c’erano già segnali percepiti dalla popolazione? «Se si incontra la gente per strada dice: “Lo dicono tutti, lo sanno tutti”. Però il passaggio da questa battuta diffusa al dire “allora adesso lo denunciamo e lo affrontiamo pubblicamente” è stato quello che abbiamo fatto. Certo c’è un modo indiretto di coprire la mafia, che è quello di andare per sentito dire e non passare mai invece all’“abbiamo visto e adesso parliamo”».

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