Etica, non solo giornalistica, e immagini di arresti

di Marco DERIU
Redazione

«I media si astengano dal diffondere riprese e fotografie di persone in manette». Il richiamo dell’Autorità garante per la privacy ai mezzi di informazione giunge a proposito, dopo la pubblicazione delle immagini in cui viene mostrato in manette Fabio De Santis, ex provveditore alle opere pubbliche della Toscana, coinvolto nelle inchieste sugli appalti per il G8. Il Garante non fa altro che ribadire una regola già in essere da tempo, sancita anche dalla Carta dei doveri del giornalista, il codice deontologico che i professionisti dell’informazione sono tenuti a rispettare.
A tutela dell’immagine e della dignità personale, il documento proibisce di mostrare le immagini video o le foto di persone con ferri o manette ai polsi, secondo il principio della presunzione di innocenza per cui un imputato non è colpevole fino al terzo grado di giudizio, né va presentato come tale dai media prima che l’iter giudiziario abbia completato il suo corso.
Gli agenti di polizia e coloro che accompagnano le persone nelle questure o nelle aule processuali dovrebbero avere per primi la sensibilità di non far sfilare gli imputati davanti a telecamere e macchine fotografiche, ma talvolta l’assedio degli operatori dell’informazione è talmente stringente che è impossibile evitarli. La responsabilità, allora, ricade proprio sugli operatori e sulle redazioni delle testate giornalistiche, che non dovrebbero pubblicare né mandare in onda le immagini, oppure che potrebbero renderle pubbliche mascherando le mani e le manette.
Se una fotografia si può ritoccare, mascherandone alcune parti con opportuni accorgimenti tecnici, non è altrettanto facile compiere l’oscuramento quando si tratta di riprese filmate. Infatti, è rarissimo assistere alla messa in onda di immagini parzialmente schermate da parte dei telegiornali nostrani, nonostante gli obblighi deontologici citati.
Oltre che dalle regole codificate e dalla responsabilità dei giornalisti, molto dipende dalla sensibilità popolare. Se il personaggio arrestato è ritenuto un pericolo pubblico o un pericolosissimo criminale, ci si fa meno problemi nel mostrarlo ammanettato. È quanto accaduto, per esempio, quando sono stati arrestati i mafiosi Giovanni Brusca e Totò Riina. Anche allora erano già in vigore le norme deontologiche, eppure i carabinieri non ebbero alcuna esitazione nel mostrare i catturati con soddisfazione e (legittimo) orgoglio, quasi come trofei di una caccia che in effetti c’era stata ed era durata molto a lungo. I giornali ripresero le fotografie scattate e le pubblicarono senza censura alcuna, nemmeno parziale.
Giocò la sua parte, certamente, il sentimento di indignazione popolare, insieme alla necessità di mandare un messaggio rassicurante rispetto alla capacità dello Stato di combattere la mafia decapitandone i vertici con arresti eccellenti. Quando si tratta di personaggi meno pubblicamente noti, sembra valere un’altra misura, dettata da regole più restrittive. In realtà, il dettato della Carta dei doveri non cambia e non fa distinzione fra (presunti) criminali incalliti e malfattori non professionisti. La persona è persona sempre.
Manette ai polsi o no, il caso offre il destro a una considerazione collaterale, ma di estrema attualità. Se in questo momento fosse già in vigore il disegno di legge sulle intercettazioni in discussione questi giorni in Parlamento, che tante polemiche ha già provocato, probabilmente su De Santis e sugli altri protagonisti delle irregolarità (eufemismo) nell’assegnazione degli appalti per il G8 non si sarebbero concentrate le attenzioni degli organi inquirenti. Soprattutto, le testate giornalistiche non avrebbero potuto riferirne in alcun modo, privando così i destinatari di informazioni comunque utili a sapere come in certi ambienti funzionano certi affarucci e quanto il malaffare sia diffuso tra le istituzioni. Altro che indignazione popolare… «I media si astengano dal diffondere riprese e fotografie di persone in manette». Il richiamo dell’Autorità garante per la privacy ai mezzi di informazione giunge a proposito, dopo la pubblicazione delle immagini in cui viene mostrato in manette Fabio De Santis, ex provveditore alle opere pubbliche della Toscana, coinvolto nelle inchieste sugli appalti per il G8. Il Garante non fa altro che ribadire una regola già in essere da tempo, sancita anche dalla Carta dei doveri del giornalista, il codice deontologico che i professionisti dell’informazione sono tenuti a rispettare.A tutela dell’immagine e della dignità personale, il documento proibisce di mostrare le immagini video o le foto di persone con ferri o manette ai polsi, secondo il principio della presunzione di innocenza per cui un imputato non è colpevole fino al terzo grado di giudizio, né va presentato come tale dai media prima che l’iter giudiziario abbia completato il suo corso.Gli agenti di polizia e coloro che accompagnano le persone nelle questure o nelle aule processuali dovrebbero avere per primi la sensibilità di non far sfilare gli imputati davanti a telecamere e macchine fotografiche, ma talvolta l’assedio degli operatori dell’informazione è talmente stringente che è impossibile evitarli. La responsabilità, allora, ricade proprio sugli operatori e sulle redazioni delle testate giornalistiche, che non dovrebbero pubblicare né mandare in onda le immagini, oppure che potrebbero renderle pubbliche mascherando le mani e le manette.Se una fotografia si può ritoccare, mascherandone alcune parti con opportuni accorgimenti tecnici, non è altrettanto facile compiere l’oscuramento quando si tratta di riprese filmate. Infatti, è rarissimo assistere alla messa in onda di immagini parzialmente schermate da parte dei telegiornali nostrani, nonostante gli obblighi deontologici citati.Oltre che dalle regole codificate e dalla responsabilità dei giornalisti, molto dipende dalla sensibilità popolare. Se il personaggio arrestato è ritenuto un pericolo pubblico o un pericolosissimo criminale, ci si fa meno problemi nel mostrarlo ammanettato. È quanto accaduto, per esempio, quando sono stati arrestati i mafiosi Giovanni Brusca e Totò Riina. Anche allora erano già in vigore le norme deontologiche, eppure i carabinieri non ebbero alcuna esitazione nel mostrare i catturati con soddisfazione e (legittimo) orgoglio, quasi come trofei di una caccia che in effetti c’era stata ed era durata molto a lungo. I giornali ripresero le fotografie scattate e le pubblicarono senza censura alcuna, nemmeno parziale.Giocò la sua parte, certamente, il sentimento di indignazione popolare, insieme alla necessità di mandare un messaggio rassicurante rispetto alla capacità dello Stato di combattere la mafia decapitandone i vertici con arresti eccellenti. Quando si tratta di personaggi meno pubblicamente noti, sembra valere un’altra misura, dettata da regole più restrittive. In realtà, il dettato della Carta dei doveri non cambia e non fa distinzione fra (presunti) criminali incalliti e malfattori non professionisti. La persona è persona sempre.Manette ai polsi o no, il caso offre il destro a una considerazione collaterale, ma di estrema attualità. Se in questo momento fosse già in vigore il disegno di legge sulle intercettazioni in discussione questi giorni in Parlamento, che tante polemiche ha già provocato, probabilmente su De Santis e sugli altri protagonisti delle irregolarità (eufemismo) nell’assegnazione degli appalti per il G8 non si sarebbero concentrate le attenzioni degli organi inquirenti. Soprattutto, le testate giornalistiche non avrebbero potuto riferirne in alcun modo, privando così i destinatari di informazioni comunque utili a sapere come in certi ambienti funzionano certi affarucci e quanto il malaffare sia diffuso tra le istituzioni. Altro che indignazione popolare…

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