L'attore perito�cadendo con il paracadute aveva interpretato un alpino nel film-tv dedicato al "papà dei mutilatini" diretto da Cinzia Th Torrini. La Fondazione: «Si era calato nel ruolo con professionalità e rispetto»


Redazione

«Ho sempre vissuto con il mito dell’eroe, ma oggi mi sento spesso sfiduciato. Credo proprio che gli eroi non esistano più. Per questo abbiamo più bisogno di testimoni autentici e di storie come quella di don Carlo Gnocchi, un esempio da indicare ai giovani di oggi, soprattutto perché attuale e moderno nei suoi pensieri, nei suoi ideali e nella sua visione del mondo. Don Gnocchi era un uomo di fede, una persona spirituale, ma tremendamente concreta. In lui pensiero e azione convivono in maniera straordinaria. Mi pare proprio che questo film sia una pizza buonissima, in cui Taricone c’è, ma non troppo».
Sono parole di Pietro Taricone, l’alpino “Margherita” nel film per la tv Don Gnocchi. L’Angelo dei bimbi (regia di Cinzia Th Torrini), trasmesso per la prima volta a fine novembre 2004 da Canale 5 e replicato sulle reti Mediaset la scorsa primavera, sempre con ottimi ascolti.
Con quel suo stile un po’ guascone – simpaticamente innervato da una straordinaria umanità – Taricone si era avvicinato all’universo “Don Gnocchi” con curiosità, attenzione e grande sensibilità. E come tanti era rimasto colpito dal fascino e dalla modernità del “cappellano degli alpini” e “papà dei mutilatini”: l’aveva spiegato con quelle parole semplici e profonde in occasione della conferenza stampa di presentazione del film, svoltasi nella sala convegni del Centro “S. Maria della Pace” di Roma.
Lui, il “guerriero”, si era calato con stile, professionalità e rispetto nei panni dell’alpino “Margherita” (soprannome dovuto alle origini campane del personaggio interpretato), che incontra don Carlo in Grecia e Albania, per poi ritrovarlo durante la ritirata di Russia. La promessa di aiutare don Gnocchi a salvare da quel massacro quanti più ragazzi possibile gli costa la vita: ferito a morte, affida all’amico cappellano il figlioletto che l’attende a casa, divenendo in tal modo il simbolo della svolta nella vita di don Carlo, che a quegli orfani (e poi ai mutilatini, ai mulattini e ai poliomielitici) dedicò il resto della propria esistenza.
Colpita dalla morte prematura dell’amico Pietro, la Fondazione Don Gnocchi lo ricorda commossa e si unisce in preghiera al dolore dei familiari e degli amici. «Ho sempre vissuto con il mito dell’eroe, ma oggi mi sento spesso sfiduciato. Credo proprio che gli eroi non esistano più. Per questo abbiamo più bisogno di testimoni autentici e di storie come quella di don Carlo Gnocchi, un esempio da indicare ai giovani di oggi, soprattutto perché attuale e moderno nei suoi pensieri, nei suoi ideali e nella sua visione del mondo. Don Gnocchi era un uomo di fede, una persona spirituale, ma tremendamente concreta. In lui pensiero e azione convivono in maniera straordinaria. Mi pare proprio che questo film sia una pizza buonissima, in cui Taricone c’è, ma non troppo».Sono parole di Pietro Taricone, l’alpino “Margherita” nel film per la tv Don Gnocchi. L’Angelo dei bimbi (regia di Cinzia Th Torrini), trasmesso per la prima volta a fine novembre 2004 da Canale 5 e replicato sulle reti Mediaset la scorsa primavera, sempre con ottimi ascolti.Con quel suo stile un po’ guascone – simpaticamente innervato da una straordinaria umanità – Taricone si era avvicinato all’universo “Don Gnocchi” con curiosità, attenzione e grande sensibilità. E come tanti era rimasto colpito dal fascino e dalla modernità del “cappellano degli alpini” e “papà dei mutilatini”: l’aveva spiegato con quelle parole semplici e profonde in occasione della conferenza stampa di presentazione del film, svoltasi nella sala convegni del Centro “S. Maria della Pace” di Roma.Lui, il “guerriero”, si era calato con stile, professionalità e rispetto nei panni dell’alpino “Margherita” (soprannome dovuto alle origini campane del personaggio interpretato), che incontra don Carlo in Grecia e Albania, per poi ritrovarlo durante la ritirata di Russia. La promessa di aiutare don Gnocchi a salvare da quel massacro quanti più ragazzi possibile gli costa la vita: ferito a morte, affida all’amico cappellano il figlioletto che l’attende a casa, divenendo in tal modo il simbolo della svolta nella vita di don Carlo, che a quegli orfani (e poi ai mutilatini, ai mulattini e ai poliomielitici) dedicò il resto della propria esistenza.Colpita dalla morte prematura dell’amico Pietro, la Fondazione Don Gnocchi lo ricorda commossa e si unisce in preghiera al dolore dei familiari e degli amici.

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