Redazione

«Dentro questa nuova condizione noi dobbiamo essere testimoni, cioè soggetti che siano in grado d’interpretarla. Non solo. La sfida è quella di essere dentro il contesto digitale facendo risuonare la parola del Vangelo di cui ciascuno è testimone». Lo sostiene monsignor Domenico Pompili, direttore dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali della Cei. L’incontro di aprile avverrà a 8 anni dal convegno «Parabole mediatiche». Cosa è cambiato? «Innanzitutto è cambiata la condizione del mondo delle comunicazioni. Mentre prima i media erano ben definiti nella loro individualità, ora si sono come liquefatti nel nuovo ambiente tecnologico. In secondo luogo, è cambiata la mission della Chiesa in questo contesto. Se, qualche anno fa, l’obiettivo era quello di stare dentro al mondo dei media – e, in fondo, gli ultimi 10 anni sono serviti a fare scelte precise: pensiamo all’agenzia Sir, ad Avvenire, a Tv2000, a Radio In Blu, alla galassia dei siti web – oggi la mission è un’altra. Non basta più stare dentro al mondo dei media, ma bisogna starci con un profilo riconoscibile: il contesto pluralistico nel quale ci troviamo esige che siamo in qualche modo identificabili, riconoscibili». «Dentro questa nuova condizione noi dobbiamo essere testimoni, cioè soggetti che siano in grado d’interpretarla. Non solo. La sfida è quella di essere dentro il contesto digitale facendo risuonare la parola del Vangelo di cui ciascuno è testimone». Lo sostiene monsignor Domenico Pompili, direttore dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali della Cei. L’incontro di aprile avverrà a 8 anni dal convegno «Parabole mediatiche». Cosa è cambiato? «Innanzitutto è cambiata la condizione del mondo delle comunicazioni. Mentre prima i media erano ben definiti nella loro individualità, ora si sono come liquefatti nel nuovo ambiente tecnologico. In secondo luogo, è cambiata la mission della Chiesa in questo contesto. Se, qualche anno fa, l’obiettivo era quello di stare dentro al mondo dei media – e, in fondo, gli ultimi 10 anni sono serviti a fare scelte precise: pensiamo all’agenzia Sir, ad Avvenire, a Tv2000, a Radio In Blu, alla galassia dei siti web – oggi la mission è un’altra. Non basta più stare dentro al mondo dei media, ma bisogna starci con un profilo riconoscibile: il contesto pluralistico nel quale ci troviamo esige che siamo in qualche modo identificabili, riconoscibili».

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