Come "uomini di chiesa", preti e laici, dobbiamo dare una nostra risposta, giocando in attacco più che in difesa della nostra rispettabilità, tante volte offesa da chi vuole metterci in un angolo o rinchiuderci in sacrestia!

Vittorio CHIARI
Redazione Diocesi

“Siamo arrivati al fondo. Più in giù di così non si può andare: condizione umana più misera non c’è e non è pensabile”. Sono le dolenti parole di Primo Levi in “Se questo è un uomo”. Le ho rilette alla notizia del drammatico episodio di violenza, avvenuto alle porte di Varese: un giovane ucciso a coltellate e a picconate. Come ho visto uccidere anni fa un cane randagio. O Gianni, pure lui ucciso a picconate e gettato in un fosso. Per uno sgarro. Nel funesto giro della droga. Basta così poco per dimenticare il comandamento di Dio: “Non uccidere”. Forse non lo dimenticano. Non sanno neppure che esista. Non sono in grado di ascoltare la voce della coscienza. L’hanno sepolta in un cuore di pietra, che li rende indifferenti, gelidi anche nel racconto di quello che hanno commesso: un efferato omicidio. “Dovevo fargliela pagare”! Lo dice il giovane omicida del suo migliore amico, il marito che, davanti alla moglie e al figlioletto, si fa giustizia per strada, per un parcheggio, del giovane che, fuori dalla discoteca, massacra l’altro per futili motivi … perfino il ragazzino che fuori della scuola aspetta il compagno per “fargliela pagare” a motivo di una parola in più detta durante l’intervallo.
“Siamo arrivati al fondo. Più in giù di così non si può andare: condizione umana più misera non c’è e non è pensabile”. Sono le dolenti parole di Primo Levi in “Se questo è un uomo”. Le ho rilette alla notizia del drammatico episodio di violenza, avvenuto alle porte di Varese: un giovane ucciso a coltellate e a picconate. Come ho visto uccidere anni fa un cane randagio. O Gianni, pure lui ucciso a picconate e gettato in un fosso. Per uno sgarro. Nel funesto giro della droga. Basta così poco per dimenticare il comandamento di Dio: “Non uccidere”. Forse non lo dimenticano. Non sanno neppure che esista. Non sono in grado di ascoltare la voce della coscienza. L’hanno sepolta in un cuore di pietra, che li rende indifferenti, gelidi anche nel racconto di quello che hanno commesso: un efferato omicidio. “Dovevo fargliela pagare”! Lo dice il giovane omicida del suo migliore amico, il marito che, davanti alla moglie e al figlioletto, si fa giustizia per strada, per un parcheggio, del giovane che, fuori dalla discoteca, massacra l’altro per futili motivi … perfino il ragazzino che fuori della scuola aspetta il compagno per “fargliela pagare” a motivo di una parola in più detta durante l’intervallo. La cultura del Male Sempre Primo Levi scriveva che “distruggere l’uomo è difficile, quasi quanto crearlo”! La cultura della violenza, cultura suicida, cultura di morte inventata dal Maligno, ci è riuscita. Stiamo toccando il fondo, senza interrogarci veramente da dove nasce questa violenza, che gronda sangue e mette paura a tanti ragazzini e ragazzine, alle famiglie, a chi si preoccupa da sempre di educazione e di giovani. Gilbert Cesbron, anni fa, rimproverava in un suo romanzo, “Candele gialle per Parigi”, “gli uomini di chiesa” rei di non combattere decisamente il male del mondo, mettendo in bocca ad uno dei suoi protagonisti, un prete operaio, una frase come questa: “Gli uomini di chiesa devono aggredire il peccato con il cannone e non con la sola rivoltella, perché non vogliamo soltanto che i nostri giovani siano puri, ma li vogliamo anche buoni e compassionevoli verso le infelicità lontane, oltre che verso quelle vicine”. A lui veniva risposto: “Ha ragione, reverendo, il mondo intero aspetta di poter credere qualcosa di buono, di pulito, di puro e di santo, ma finché gli uomini di chiesa avranno paura di condannare apertamente il male dove si trova, non potrà mai farlo”. Il volto del Buon pastore Non basta condannare il male! Abili penne di giornalisti e di rappresentanti del potere lo fanno, invocando pene maggiori, durezza di norme e regolamenti, usando davvero la rivoltella e il cannone per fermare la violenza, indicando con facilità chi sono da bloccare: i clandestini, gli stranieri ed anche gli italiani, che si fanno loro complici o usano i loro stessi mezzi violenti! Altri ricorrono alla psicologia o alla sociologia, talvolta, alla psichiatria per indicare ricette da applicare! Pochi ricorrono agli “uomini di chiesa”, perché sarebbe un ammettere che la Chiesa ha qualcosa da dire, non perché è Chiesa ma perché testimonia l’esistenza di un Dio e Dio dà fastidio anche se ha il volto del “Buon Pastore” o del Cristo crocifisso e risorto. A Lui, prima o poi, si dovrà rispondere del bene e del Male che si compie! Giochiamo in attacco! Come “uomini di chiesa”, preti e laici, dobbiamo dare una nostra risposta, giocando in attacco più che in difesa della nostra rispettabilità, tante volte offesa da chi vuole metterci in un angolo o rinchiuderci in sacrestia! “Noi non cerchiamo la rispettabilità, ha scritto il card. Murphy – O’ Connor, arcivescovo di Westminster, cerchiamo la fedeltà: fedeltà a Cristo che è la luce di quest’epoca e fedeltà alla Chiesa, che riceve da lui la sua verità e il dono dello Spirito. E questa fedeltà a Cristo e alla sua Chiesa va di pari passo con la fedeltà a ciò che significa essere umani e costruire una società nella quale ognuno può realizzarsi, a qualunque razza, credo, età condizione sociale appartenga o quali che siano le sue capacità. La lamentazione su un tempo passato, su una qualche gloriosa età dell’oro, non è un canto cristiano. Non è il canto della fede, ma della disperazione…”. Giocare in attacco significa cantare la speranza, testimoniarla nella vita di ogni giorno delle nostre comunità, indicando la via da percorrere. Non quella della condanna neppure dell’esercizio della non violenza, pur apprezzabile, ma quella del perdono, della riconciliazione, della carità, dell’amore anche del nemico. Non è una cultura “buonista”, è anche quella dei “no”, della giustizia ragionevole, del cammino di redenzione, di purificazione, del “Va’ e non peccare più”!

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