Sempre più barricati dietro i propri interessi e individualismi; ciechi davanti a ciò che ci sta vicino. I genitori chiedono risposte concrete: come vincere le sfide educative oggi? Riscoprendo la "rete", il "villaggio e puntando sulla famiglia, istituzione sempre solida, e sulle scuole materne parrocchiali per insegnare fin da piccoli la gioia dell'amore educativo. -

di Vittorio CHIARI
Redazione Diocesi

“Non lasciamoli soli sulle vie del crescere”: era il titolo di una conversazione che ho tenuto a oltre un centinaio di genitori. Era una sera di pioggia, un lunedì, il giorno meno adatto�per incontri di tipo educativo. Di solito per averne tanti occorre, un avvenimento drammatico, che crei ansia e obblighi la gente a uscire�la sera. In una scuola elementare, dove papà e mamme non partecipavano a incontri su temi educativi, avevo suggerito alla dirigente scolastica di far ritrovare a un bidello, nel giardinetto della scuola, una siringa sporca di sangue e che i bimbi se ne accorgessero. L’auditorium della scuola, tre giorni dopo, era gremito come non era mai capitato prima. Il trucco innocente aveva funzionato. Si è parlato dei loro bimbi, sottolineando che per educarli, in un mondo così complesso come il nostro, non bastava la famiglia, ci voleva “una rete di persone” o, per dirla con un noto proverbio africano, ci voleva «un villaggio».

Ma la periferia di una grande città, un quartiere o un territorio di paese, non sono un villaggio africano se vi domina l’individualismo e si è troppo preoccupati dei propri problemi personali, per interessarsi�a quelli degli altri. Non è retorica affermare che anche nello stesso condominio, non esiste “il villaggio”, se si coltivano più amicizie lontane che quelle vicine, evitando legami scomodi, rapporti stretti, che obbligano a dare, prima ancora di chiedere.

Negli “Orientamenti” dei Vescovi per i prossimi dieci anni, si accenna alle difficoltà in cui «si dibatte l’opera educativa in una società spesso incapace di assicurare riferimenti affidabili» per cui soffrono di solitudine i bambini o i ragazzi, ma anche i genitori, gli educatori.

I nostri Vescovi invitano a non lasciarsi prendere dallo scoraggiamento, a ricercare risposte adeguate, «sapendo di contare su una �riserva escatologica’ alla quale attingere la speranza che non delude (cfr Rm 5,5)”. A questa riserva ha attinto il cardinal Martini nelle sue Lettere pastorali sull’educazione, continuamente fa appello il cardinal Tettamanzi, ma siamo noi educatori, famiglie e insegnanti, che dobbiamo metterci in gioco, scrutando i segni dei tempi, interpretandoli alla luce del Vangelo, in modo adatto alle nuove generazioni, rispondendo ai perenni interrogativi degli uomini sul senso della vita presente e futura, sulle loro relazioni reciproche. E’ l’insegnamento della Gaudium et spes, è il vivo desiderio della Chiesa d’oggi di porsi accanto ad ogni uomo, condividendone gioie e speranze, tristezze ad angosce, divenendo così solidale con la storia del genere umano.

I genitori, che avevo dinanzi, chiedevano risposte concrete, immediate: «Non possiamo aspettare, ogni giorno ci troviamo di fronte a fatti, episodi, “stili di vita”, che ci trovano impreparati. La nostra infanzia e adolescenza non era così problematica. Avevamo meno richieste. Noi siamo analfabeti nel linguaggio virtuale. Siano troppo occupati nel lavoro». Leggevo le loro insicurezze ed ho tentato qualche risposta, attingendo al bagaglio delle esperienze personali e del “tesoro dei santi educatori”.

Ci sono dei riferimenti affidabili: il primo è la famiglia, nonostante tutto quello che oggi si pontifica contro di essa da studiosi, esperti di ogni genere, che la ritengono superata. I primi legami sono le radici e le memorie sicure per una crescita nell’amore. La famiglia non è un’invenzione dell’uomo, ma di Dio fin dalle origini. Anni di vita accanto ai ragazzi e ai giovani “barabitt” sono stati per me e per i miei collaboratori, la conferma di quando sia importante essere amati fin dal grembo materno.

Altro riferimento è la scuola materna, dove l’elemento religioso non viene ritenuto “un optional”, di cui si può fare a meno. E’ davvero fortunata quella parrocchia, che ha una scuola dell’infanzia, dove si crea un clima accogliente, umano, religioso, in armonia con le famiglie, dove l’attenzione educativa è sostenuta da una buona competenza delle educatrici e degli educatori, dalla loro capacità di relazione con i bimbi, che li valorizza in continuità con quanto viene vissuto in famiglia, aiutandoli a star bene con gli altri, sviluppando quanto di buono hanno in loro.

Sono i primi passi della crescita educativa dei bimbi, le prime memorie, che fanno apprezzare loro la gioia di vivere, perché non sono soli, ma hanno persone adulte accanto a loro, che li riconoscono, li accolgono e li amano dell’amore educativo, riflesso di quello di Dio. Quando questo amore non esiste, quando si sentono orfani di genitori vivi, nasce e si sviluppa il disagio, che esplode nell’adolescenza, facendo soffrire i ragazzi ma anche gli adulti, che hanno disertato il loro compito educativo (continua). “Non lasciamoli soli sulle vie del crescere”: era il titolo di una conversazione che ho tenuto a oltre un centinaio di genitori. Era una sera di pioggia, un lunedì, il giorno meno adatto�per incontri di tipo educativo. Di solito per averne tanti occorre, un avvenimento drammatico, che crei ansia e obblighi la gente a uscire�la sera. In una scuola elementare, dove papà e mamme non partecipavano a incontri su temi educativi, avevo suggerito alla dirigente scolastica di far ritrovare a un bidello, nel giardinetto della scuola, una siringa sporca di sangue e che i bimbi se ne accorgessero. L’auditorium della scuola, tre giorni dopo, era gremito come non era mai capitato prima. Il trucco innocente aveva funzionato. Si è parlato dei loro bimbi, sottolineando che per educarli, in un mondo così complesso come il nostro, non bastava la famiglia, ci voleva “una rete di persone” o, per dirla con un noto proverbio africano, ci voleva «un villaggio». Ma la periferia di una grande città, un quartiere o un territorio di paese, non sono un villaggio africano se vi domina l’individualismo e si è troppo preoccupati dei propri problemi personali, per interessarsi�a quelli degli altri. Non è retorica affermare che anche nello stesso condominio, non esiste “il villaggio”, se si coltivano più amicizie lontane che quelle vicine, evitando legami scomodi, rapporti stretti, che obbligano a dare, prima ancora di chiedere. Negli “Orientamenti” dei Vescovi per i prossimi dieci anni, si accenna alle difficoltà in cui «si dibatte l’opera educativa in una società spesso incapace di assicurare riferimenti affidabili» per cui soffrono di solitudine i bambini o i ragazzi, ma anche i genitori, gli educatori.I nostri Vescovi invitano a non lasciarsi prendere dallo scoraggiamento, a ricercare risposte adeguate, «sapendo di contare su una �riserva escatologica’ alla quale attingere la speranza che non delude (cfr Rm 5,5)”. A questa riserva ha attinto il cardinal Martini nelle sue Lettere pastorali sull’educazione, continuamente fa appello il cardinal Tettamanzi, ma siamo noi educatori, famiglie e insegnanti, che dobbiamo metterci in gioco, scrutando i segni dei tempi, interpretandoli alla luce del Vangelo, in modo adatto alle nuove generazioni, rispondendo ai perenni interrogativi degli uomini sul senso della vita presente e futura, sulle loro relazioni reciproche. E’ l’insegnamento della Gaudium et spes, è il vivo desiderio della Chiesa d’oggi di porsi accanto ad ogni uomo, condividendone gioie e speranze, tristezze ad angosce, divenendo così solidale con la storia del genere umano. I genitori, che avevo dinanzi, chiedevano risposte concrete, immediate: «Non possiamo aspettare, ogni giorno ci troviamo di fronte a fatti, episodi, “stili di vita”, che ci trovano impreparati. La nostra infanzia e adolescenza non era così problematica. Avevamo meno richieste. Noi siamo analfabeti nel linguaggio virtuale. Siano troppo occupati nel lavoro». Leggevo le loro insicurezze ed ho tentato qualche risposta, attingendo al bagaglio delle esperienze personali e del “tesoro dei santi educatori”. Ci sono dei riferimenti affidabili: il primo è la famiglia, nonostante tutto quello che oggi si pontifica contro di essa da studiosi, esperti di ogni genere, che la ritengono superata. I primi legami sono le radici e le memorie sicure per una crescita nell’amore. La famiglia non è un’invenzione dell’uomo, ma di Dio fin dalle origini. Anni di vita accanto ai ragazzi e ai giovani “barabitt” sono stati per me e per i miei collaboratori, la conferma di quando sia importante essere amati fin dal grembo materno.Altro riferimento è la scuola materna, dove l’elemento religioso non viene ritenuto “un optional”, di cui si può fare a meno. E’ davvero fortunata quella parrocchia, che ha una scuola dell’infanzia, dove si crea un clima accogliente, umano, religioso, in armonia con le famiglie, dove l’attenzione educativa è sostenuta da una buona competenza delle educatrici e degli educatori, dalla loro capacità di relazione con i bimbi, che li valorizza in continuità con quanto viene vissuto in famiglia, aiutandoli a star bene con gli altri, sviluppando quanto di buono hanno in loro.Sono i primi passi della crescita educativa dei bimbi, le prime memorie, che fanno apprezzare loro la gioia di vivere, perché non sono soli, ma hanno persone adulte accanto a loro, che li riconoscono, li accolgono e li amano dell’amore educativo, riflesso di quello di Dio. Quando questo amore non esiste, quando si sentono orfani di genitori vivi, nasce e si sviluppa il disagio, che esplode nell’adolescenza, facendo soffrire i ragazzi ma anche gli adulti, che hanno disertato il loro compito educativo (continua).

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