Abbiamo rivolto alcune domande a Piermarco Aroldi, vicepresidente dell'Osservatorio sulla comunicazione della Cattolica, sul legame tra giovani, informazione e nuove tecnologie

Carlo ROSSI
Redazione

Saranno i giovani a determinare il futuro dell’informazione. Giovani legati sempre più alle nuove tecnologie, dove sembra trovare nuova linfa tanto la vita di relazione, quanto l’informazione. Ai giovani che vivono nel “continente digitale” ha fatto ampiamente riferimento il Papa nel messaggio per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali che si è celebrata domenica scorsa (24 maggio). Su di essi si è concentrata anche la sesta edizione di “Crescere tra le righe. Giovani, editori e istituzioni a confronto” (Borgo la Bagnaia-Siena, 22-23 maggio), convegno organizzato dall’Osservatorio permanente giovani-editori con lo scopo di «indagare il rapporto tra i giovani e i mezzi di comunicazione, in particolare i giornali quotidiani», e «individuare le strategie più efficaci per contribuire a fare dei giovani di oggi i lettori di domani, nell’ottica più complessiva di renderli cittadini migliori». Sul legame tra giovani, informazione e nuove tecnologie abbiamo rivolto alcune domande a Piermarco Aroldi, docente di sociologia dei processi culturali e comunicativi all’Università Cattolica di Milano e vicepresidente dell’Osservatorio sulla comunicazione del medesimo ateneo.

Quale rapporto vi è tra i giovani e la comunicazione, e più nello specifico l’informazione?
Il messaggio per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, parlando soprattutto delle tecnologie di relazione come i social network o la telefonia cellulare, sposta il fuoco su rispetto, dialogo e amicizia come categorie di una cultura della relazione. L’impressione è che vada effettivamente al cuore di ciò che è la comunicazione per i più giovani. Per essi la comunicazione è relazione, e qui la componente informativa è bassa e ben segmentata. Rispetto a un’informazione generalista data da strumenti che tradizionalmente consentono di farsi un’idea del mondo – siano essi i telegiornali o i quotidiani -, i giovani ne stanno sviluppando un’altra, settoriale, segmentata e personalizzata, che ritaglia nella rete luoghi omogenei dal punto di vista delle persone che li frequentano e degli interessi condivisi.

Riescono così a farsi “un’idea del mondo”?
No: una tale informazione risponde a interessi specifici, come la musica, lo sport o le tecnologie, ma non consente una ricostruzione generale, una chiara percezione dell’agenda delle questioni e una comprensione globale dei fenomeni.

Ma è attendibile una siffatta informazione?
Vi è sempre un rischio, e per scongiurarlo vengono poste categorie per definire la credibilità. Nei media tradizionali si parla di rispetto delle competenze professionali, della routine e delle relazioni tra i diversi soggetti interessati (giornalista, fonti, editore ecc.). Qui, invece, cambiano le regole e ci troviamo dinanzi alle categorie tipiche della rete: è il consenso generalizzato nei confronti di un sito che attribuisce autorevolezza. È una credibilità costruita dal basso, per accumulo di fiducia, in coerenza con le logiche del web 2.0.

Compito dei media è anche quello di “selezionare” le notizie. Le sembra quindi che ai giovani manchi un’“agenda”?
La mia impressione è che questo sia un problema tipico della conoscenza delle giovani generazioni, peraltro non legato solo alla rete, ma anche, ad esempio, alla scuola, dove saperi tecnicamente molto evoluti, disciplinarmente chiusi dentro ai loro confini, difficilmente si fanno sistema, entrando in relazione gli uni con gli altri. Questa «mancanza di agenda» è prima di tutto mancanza di uno sguardo complessivo, di una capacità di sintesi.

Qual è il ruolo dei media cartacei nel mondo digitale e quale il loro futuro?
Parto da una provocazione: perché io, ipotetico lettore, dovrei comprare tutti i giorni un quotidiano? Cosa mi dà in più rispetto a ciò che già conosco? Se non si risponde a questa domanda è comprensibile il calo delle vendite dei quotidiani. Abbiamo la free press, i giornali consultabili gratuitamente on line in qualunque momento, la tv… Ecco dunque che «in più» il quotidiano cartaceo dovrebbe dare un approfondimento, compatibilmente con i suoi tempi, e una serie di garanzie: autonomia, credibilità, indipendenza, completezza. Ora, sono proprio questi i limiti della stampa e dell’informazione italiana oggi.

La minaccia al quotidiano non viene tanto dalle nuove tecnologie, ma è intrinseca a se stesso?
Diciamo che l’uno non esclude l’altro. A fronte di una debolezza di questo tipo e di un’offerta che non è sempre adeguata ai tempi, ai ritmi, alle risorse economiche e alle abitudini della maggior parte della gente, è più facile trovare altrove le informazioni che servono, ad esempio sui siti internet dei medesimi quotidiani. In sintesi, siamo sempre meno disposti a spendere per avere delle informazioni, percepite come un bene di cittadinanza, e che come tale deve essere accessibile a tutti gratuitamente.

E i giovani non invertono questa tendenza?
Se queste sono le premesse, nonostante iniziative meritevoli come «Il quotidiano in classe» sarà difficile convincere i più giovani ad avere un’abitudine sistematica di lettura del quotidiano… Saranno i giovani a determinare il futuro dell’informazione. Giovani legati sempre più alle nuove tecnologie, dove sembra trovare nuova linfa tanto la vita di relazione, quanto l’informazione. Ai giovani che vivono nel “continente digitale” ha fatto ampiamente riferimento il Papa nel messaggio per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali che si è celebrata domenica scorsa (24 maggio). Su di essi si è concentrata anche la sesta edizione di “Crescere tra le righe. Giovani, editori e istituzioni a confronto” (Borgo la Bagnaia-Siena, 22-23 maggio), convegno organizzato dall’Osservatorio permanente giovani-editori con lo scopo di «indagare il rapporto tra i giovani e i mezzi di comunicazione, in particolare i giornali quotidiani», e «individuare le strategie più efficaci per contribuire a fare dei giovani di oggi i lettori di domani, nell’ottica più complessiva di renderli cittadini migliori». Sul legame tra giovani, informazione e nuove tecnologie abbiamo rivolto alcune domande a Piermarco Aroldi, docente di sociologia dei processi culturali e comunicativi all’Università Cattolica di Milano e vicepresidente dell’Osservatorio sulla comunicazione del medesimo ateneo.Quale rapporto vi è tra i giovani e la comunicazione, e più nello specifico l’informazione?Il messaggio per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, parlando soprattutto delle tecnologie di relazione come i social network o la telefonia cellulare, sposta il fuoco su rispetto, dialogo e amicizia come categorie di una cultura della relazione. L’impressione è che vada effettivamente al cuore di ciò che è la comunicazione per i più giovani. Per essi la comunicazione è relazione, e qui la componente informativa è bassa e ben segmentata. Rispetto a un’informazione generalista data da strumenti che tradizionalmente consentono di farsi un’idea del mondo – siano essi i telegiornali o i quotidiani -, i giovani ne stanno sviluppando un’altra, settoriale, segmentata e personalizzata, che ritaglia nella rete luoghi omogenei dal punto di vista delle persone che li frequentano e degli interessi condivisi.Riescono così a farsi “un’idea del mondo”?No: una tale informazione risponde a interessi specifici, come la musica, lo sport o le tecnologie, ma non consente una ricostruzione generale, una chiara percezione dell’agenda delle questioni e una comprensione globale dei fenomeni.Ma è attendibile una siffatta informazione?Vi è sempre un rischio, e per scongiurarlo vengono poste categorie per definire la credibilità. Nei media tradizionali si parla di rispetto delle competenze professionali, della routine e delle relazioni tra i diversi soggetti interessati (giornalista, fonti, editore ecc.). Qui, invece, cambiano le regole e ci troviamo dinanzi alle categorie tipiche della rete: è il consenso generalizzato nei confronti di un sito che attribuisce autorevolezza. È una credibilità costruita dal basso, per accumulo di fiducia, in coerenza con le logiche del web 2.0.Compito dei media è anche quello di “selezionare” le notizie. Le sembra quindi che ai giovani manchi un’“agenda”?La mia impressione è che questo sia un problema tipico della conoscenza delle giovani generazioni, peraltro non legato solo alla rete, ma anche, ad esempio, alla scuola, dove saperi tecnicamente molto evoluti, disciplinarmente chiusi dentro ai loro confini, difficilmente si fanno sistema, entrando in relazione gli uni con gli altri. Questa «mancanza di agenda» è prima di tutto mancanza di uno sguardo complessivo, di una capacità di sintesi.Qual è il ruolo dei media cartacei nel mondo digitale e quale il loro futuro?Parto da una provocazione: perché io, ipotetico lettore, dovrei comprare tutti i giorni un quotidiano? Cosa mi dà in più rispetto a ciò che già conosco? Se non si risponde a questa domanda è comprensibile il calo delle vendite dei quotidiani. Abbiamo la free press, i giornali consultabili gratuitamente on line in qualunque momento, la tv… Ecco dunque che «in più» il quotidiano cartaceo dovrebbe dare un approfondimento, compatibilmente con i suoi tempi, e una serie di garanzie: autonomia, credibilità, indipendenza, completezza. Ora, sono proprio questi i limiti della stampa e dell’informazione italiana oggi.La minaccia al quotidiano non viene tanto dalle nuove tecnologie, ma è intrinseca a se stesso?Diciamo che l’uno non esclude l’altro. A fronte di una debolezza di questo tipo e di un’offerta che non è sempre adeguata ai tempi, ai ritmi, alle risorse economiche e alle abitudini della maggior parte della gente, è più facile trovare altrove le informazioni che servono, ad esempio sui siti internet dei medesimi quotidiani. In sintesi, siamo sempre meno disposti a spendere per avere delle informazioni, percepite come un bene di cittadinanza, e che come tale deve essere accessibile a tutti gratuitamente.E i giovani non invertono questa tendenza?Se queste sono le premesse, nonostante iniziative meritevoli come «Il quotidiano in classe» sarà difficile convincere i più giovani ad avere un’abitudine sistematica di lettura del quotidiano…

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