Una lezione di anti-giornalismo

di Marco DERIU

Rupert Murdoch

«Ci scusiamo per i gravi torti che sono stati fatti». Firmato: Rupert Murdoch. Fa un certo effetto la pubblicazione delle scuse da parte del più grande magnate dei media, dopo lo scandalo seguito alla scoperta che alcuni giornalisti del News of the world intercettavano sistematicamente le utenze telefoniche di personaggi pubblici e privati cittadini britannici per poter realizzare i loro scoop. Ma per il momento le scuse non sono bastate, come non sono state sufficienti le dimissioni a catena dei più stretti collaboratori di Murdoch e non ha attenuato la polemica la cessazione delle pubblicazioni del tabloid domenicale.

L’inchiesta giudiziaria ha portato in carcere le “mele marce”, ma – come sempre in questi casi – ha insinuato il dubbio che le pratiche illegali per reperire notizie-choc siano molto più estese di quanto si pensi. La condanna per quanto accaduto è stata immediata e unanime, da parte non soltanto dei rappresentanti istituzionali e politici, ma anche della popolazione.

La testata aveva ben 168 anni di vita e aveva costruito la sua fortuna anche sulla capacità di andare a scovare le notizie più nascoste e sollevare scandali di grande impatto mediatico. La scoperta della condotta illegale di alcuni giornalisti, amplificata dal concorrente Guardian, ha rivelato che erano stati addirittura assunti investigatori privati e hacker allo scopo di violare forzosamente i computer e le utenze telefoniche delle persone al centro delle cronache di attualità.

Se questa pratica è scorretta nei confronti dei personaggi pubblici, diventa intollerabile quando si tratta di privati cittadini. Il giornalismo anglosassone non è dotato di tutta l’articolata deontologia che invece vige (sulla carta) in Italia, ma la sensibilità morale dei lettori e della popolazione verso la correttezza dell’informazione è molto radicata. Per questo, una volta esploso lo scandalo, ai protagonisti non è rimasta altra scelta se non quella delle soluzioni più drastiche: la chiusura del giornale e le dimissioni dei responsabili.

Il filone scandalistico ha una tradizione radicata in Gran Bretagna e nel mondo anglosassone in genere, dove però vige una rigida distinzione fra le testate che costruiscono la loro fortuna sulle soft news o sulle inchieste a sensazione e quelle che invece propongono le hard news, ovvero l’informazione “seria”. Pur affezionato ai toni scandalistici dei tabloid inglesi (come dimostrano le tirature da milioni di copie che la stampa dedicata al gossip ha saputo raggiungere), il pubblico non perdona il ricorso a procedure scorrette o illegali per aumentare le vendite.

Viene spontaneo un parallelo con la situazione italiana, caratterizzata da un’offerta in cui il confine fra stampa seria e stampa leggera è diventato sempre più impercettibile. Nonostante la proliferazione di codici di autoregolamentazione e di normative a tutela della privacy, il panorama giornalistico italiano è segnato da una crescente tendenza a entrare negli affari altrui, con modalità al limite della correttezza. E non di rado chi, per esempio, si occupa di cronaca nera o giudiziaria, riesce a carpire notizie da prima pagina intercettando le frequenze radiofoniche delle forze dell’ordine o mantenendo un filo diretto con le strutture di Pronto Soccorso per avere notizie su arresti, operazioni di polizia, incidenti mortali o altri eventi di forte impatto emotivo. Noi lettori siamo talmente abituati a queste continue invasioni dell’intimità altrui da esserci ormai assuefatti e abbiamo perso la capacità di indignarci anche quando le circostanze la indurrebbero.

La vicenda del News of the world segna un punto di non ritorno nella storia della stampa anglosassone, ma probabilmente non basterà a far cambiare rotta agli editori e ai giornalisti che continuano a pensare che lo scoop capace di garantire un’impennata alle vendite sia un obiettivo da raggiungere a ogni costo. Superfluo – e forse un po’ moralistico – ricordare che l’attività degli operatori dell’informazione dovrebbe essere orientata al servizio pubblico e al bene collettivo sempre e comunque, indipendentemente dai confini nazionali, dagli ambienti sociali e dalle testate su cui si esprime.

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