L’esperienza di Marco e Cecilia Erba, genitori di due figli naturali, che hanno accolto il figlio di un'altra coppia e ora anche un diciottenne marocchino giunto in Italia senza genitori

di Francesco CHIAVARINI

Youssef

Da un anno Marco e Cecilia Erba hanno scelto di accogliere in affido Youssef, 18 anni, originario del Marocco, giunto in Italia senza genitori, tecnicamente un minore non accompagnato. Marco è un giovane insegnante di lettere in un liceo di Sesto San Giovanni, al tema dei minori stranieri ha anche dedicato il suo romanzo d’esordio, Fra me e te, edito da Rizzoli. Cecilia è maestra. Entrambi hanno scelto di formare una famiglia allargata perché, dicono, «non si è genitori solo in senso biologico». Per questo nella loro casa a Cernusco sul Naviglio, con i figli naturali Beatrice (5 anni) e Pietro (3 anni), da tempo vive anche il figlio di un’altra coppia, Francesco di 11 anni.

«Youssef è l’ultimo arrivato ed è stato un regalo per tutti – racconta Marco -. Pietro, il più piccolo, era galvanizzato all’idea di avere un fratello maggiore, vuole giocare solo con lui e a cena vuole stargli sempre accanto. Francesco, il più grande, quando a scuola gli hanno chiesto di raccontare in un tema chi fosse per lui un modello, ha scritto Youssef, perché lavora e aiuta in casa. Ogni tanto litigano, come avviene sempre tra fratelli, ma poi si fa la pace. Tutti abbiamo in mente che siamo un un’unica grande famiglia, fatta di persone diverse ora anche nei colori della pelle, come spiega bene il disegno di benvenuto che Beatrice ha fatto la prima sera che il nostro nuovo compagno di viaggio è venuto a cena».

Nei coniugi Erba Youssef ha trovato davvero una seconda famiglia, che lo ha aiutato a inserirsi. In 8 mesi ha imparato l’italiano, ha preso la licenza media, «uscendo con il 7», dice orgoglioso Marco, e ha trovato lavoro un’azienda meccanica.

«Youssef si impegna, ma come tanti suoi coetanei italiani, ha bisogno di qualcuno che gli dica cosa deve fare. A conti fatti penso che noi lo stiamo aiutando, facendo semplicemente i genitori, incoraggiandolo, spronandolo, standogli accanto come si fa con tutti gli adolescenti che devono diventare adulti. Ma anche lui ci sta aiutando, occupandosi con una pazienza infinita dei nostri figli più piccoli. È uno scambio e devo dire che funziona bene», spiega Marco.

Su questi temi Marco ha riflettuto a lungo e questi pensieri sono entrati anche nel suo romanzo. «Il mescolamento di culture che vedo proprio tra i banchi di scuola credo che sia una delle questioni cruciali per il nostro futuro. Quando sui media si parla di immigrazione, non sento quasi mai parole all’altezza della situazione. Forse bisognerebbe solo avere il coraggio di guardare negli occhi queste persone. Me lo sta insegnando proprio la vicenda di Youssef. Quando è morto il padre, la madre ha investito tutti i suoi risparmi per mandarlo in Europa con la speranza che trovasse un lavoro e mantenesse lei e la figlia più piccola. Ha scommesso su di lui, come hanno fatto i miei genitori, impiegati, pagandomi gli studi. A differenza di me però Youssef ha avuto la sfortuna di nascere in un Paese più povero. Può mai essere questa una colpa?».

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