La “Professio fidei” della Chiesa ambrosiana è culminata nello straordinario spettacolo di piazza Duomo, che ha richiamato 40 mila persone da tutta la Diocesi. Scola: «Ora comunichiamo la bellezza della proposta cristiana, semplice e potente perché viene dall’alto»

di Annamaria BRACCINI

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Uno spettacolo straordinario, che ha aperto il cuore dei 40 mila di piazza Duomo, sotto un cielo di Lombardia «così bello quando è bello», seduti, in piedi, arrampicati fin sul monumento che fronteggia la Cattedrale. Gente di tutte le età, famiglie con bimbi, giovani, anziani, venuti anche da lontano. E, poi, naturalmente chi ha seguito l’intero evento attraverso i mass media. Sì, “lo spettacolo della croce” – dalle parole del Vangelo di Luca che hanno guidato la Professio Fidei – ha coinvolto, commosso, aiutato a comprendere e ad amare la croce (e lo si capiva dall’emozione palpabile). La Croce con la «gloriosa reliquia» del Santo Chiodo, come la definisce il Cardinale, che esce dalla navata centrale della Cattedrale ed entra in sagrato sulle note dell’Alleluja di Alessandro Cadario: la sapiente regia di Andrea Chiodi ne sottolinea la suggestione, come sarà per ogni momento successivo.

Sta lì, la Croce di San Carlo, per tutta la durata della drammatizzazione (oltre due ore), a vegliare, come 108 metri più in alto fa la Madonnina, immagine della Madre che, proprio ai piedi di ogni croce, guardando quel chiodo, ogni chiodo, piange la morte dell’Innocente suo Figlio e di ciascun innocente.

«Questa sera noi siamo qui, raccolti nella piazza che è il cuore della nostra città, emblema del Campo che è il mondo – così si rivolge direttamente alla gente il Cardinale -. Dopo aver sostato con la Croce nei luoghi più significativi della vita di Milano l’abbiamo portata qui ora perché ci ripeta il suo annuncio potente: nelle piaghe di Gesù sono custodite e sanate tutte le nostre ferite: quelle inferte alla vita e alla famiglia, alla innocenza dei bambini, alla speranza dei giovani, ai diritti dei lavoratori e alla dignità delle donne, alla giustizia, alla pace e alla libertà delle persone e dei popoli. Davanti all’Amore crocifisso, pieni di gratitudine, vogliamo professare la nostra fede».

Tra la bellezza delle esecuzioni musicali, il significato dei brani letterari scelti e la preghiera; tra la Parola di Dio e quella umana di questo dramma moderno che non è teatro, ma realtà – a ognuno dei cinque quadri evangelici tratti dal Vangelo di Luca è affiancata una testimonianza -, la risposta immediata e attenta del popolo della “croce” è già in sé un dire sì al breve indirizzo di saluto iniziale dell’Arcivescovo e alle sue parole finali: «Carissimi amici, stasera vogliamo dire il bene del Crocifisso risorto per cui l’uomo soffre, ama, vive, lavora, educa i figli, costruisce la società».

In prima fila, a seguire lo spettacolo, arriva anche, tra molte altre autorità, il sindaco Pisapia. Si parla di Milano nell’intervento di Massimo Bernardini, con diversi accenni e sfumature che richiamano le tante luci e ombre della vita metropolitana. «Perché, mentre tutto intorno ci dice che è finita, che è meglio lasciar perdere, ogni mattina ci svegliamo con la febbre di ripartire? Per quel Cristo che ogni giorno si mischia alle nostre ferite e rincomincia a guarirle», spiega il conduttore.

E, poi, Luca Doninelli: «Guardate questo Duomo, che è il più famoso al mondo: non è opera di Papi e vescovi, ma delle elemosine di questa gente che dalla croce quotidiana ha ricevuto forza e coraggio e che nessun potere potrà mai illudersi di tenere in mano».

L’Ave Maria di Schubert – cantata superbamente dal tenore Vittorio Grigòlo con i bravissimi giovani di FuturOrchestra e del Coro Habel diretti dal maestro Cadario -, inonda di dolcezza una piazza che ascolta in incredibile silenzio. L’interpretazione dell’Interrogatorio a Maria di Testori da parte di Pamela Villoresi trafigge col dolore carnale e umanissimo della Madre.

Manzoni, nella celebre Conversione dell’Innominato interpretata da Massimo Popolizio, fa riflettere sull’eterno mistero del male e del bene nell’animo umano, su quel “cambiare il cuore” che è – lo dirà poco dopo il Cardinale – la vera ragione della Professio Fidei e dell’«inaudito spettacolo di amore consumato per noi».

Il Mozart dell’Ave Verum Corpus introduce con suggestione l’intervista di Michele Brambilla a Gemma Capra Calabresi, vedova del commissario ucciso nel 1972. «Il carcere degli altri non può mai essere la consolazione della vita. Ho pregato perché non venissero condannati degli innocenti, ho imparato a pregare per gli assassini di mio marito, credo che sarò definitivamente in pace quando li porterò con me nell’Eucaristia». Come si riesce a superare un dolore così? «Mai davvero – dice e un applauso spontaneo sottolinea i suoi ricordi -, ma la fede che ho sentito nitidamente nascere in me e che il Signore continua a regalarmi ogni giorno mi dà serenità. Nel momento in cui ho saputo che Gigi era morto ho scelto di credere e così, negli anni, ho scoperto la comunione, la solidarietà tra le persone. Senza la gente, senza voi, non avrei potuto farcela. Ho educato i miei figli a non coltivare l’odio e il rancore che non permettono di vedere la bellezza della vita».

Il pensiero non può che andare al senso con cui la Croce e il Santo Chiodo furono portati in processione da San Carlo nella terribile peste del 1576-1677 e, di fronte alle tante “pesti” contemporanee, riportata tra la gente dagli immediati predecessori del cardinale Scola: Carlo Maria Martini nel 1984, «per implorare la guarigione della città dalle piaghe della violenza, della solitudine, della corruzione»; Dionigi Tettamanzi nel 2011, attraverso tutte le sette Zone pastorali della Diocesi.

La serata prosegue. Vittorio Grigòlo con Marco Sbarbati (bravissima anche il soprano Ivanna Speranza e i tutti i giovani artisti impegnati nella serata) eseguono l’Halleluja di Leonard Cohen, brano cult del cantautore canadese, inno moderno all’amore infranto e allo straniamento degli affetti nei nostri giorni.

Con Davide Van de Sfros e la sua Ninna nanna del contrabbandiere – una preghiera in musica, un’invocazione nel segno della tribolazione della vita di oggi e dell’affidamento alla croce – e col monologo di Giacomo Poretti, Dialogo tra la Madonnina e il Figlio in croce, la drammatizzazione raggiunge il suo clou. Strappano più di una risata i ricordi del piccolo Giacomo alle prese col presepe e le complessità “teologiche” della composizione della “Sacra Famiglia”, viste con gli occhi di un bambino delle elementari.

Tanti gli applausi a scena aperta. Anche il Cardinale sorride più volte quando Poretti spiega: «Siamo qui in questa piazza, sotto questo Duomo che è la casa di tutti i milanesi e di chi è venuto da lontano, dove ci riuniamo nei momenti tristi e in quelli belli, quando vinciamo la Champions (ora sempre meno…)». Altrettanta l’emozione quando il discorso di fa serio: «Questo Chiodo è quello stesso che vaga per la città, la Madonnina che abbiamo messo lassù è la stessa madre per cui il chiodo del dolore è la maglietta di un figlio annegato, di una telefonata che arriva e annuncia che un ragazzo si è buttato dalle scale per l’ultimo stupido messaggio caricato su Facebook».

Il dialogo che si fa preghiera dell’Arcivescovo, la Professione della Fede con la recita del Credo apostolico, la benedizione con la Croce carolina, il Canto corale del Regina Coeli concludono – ormai è notte – questo spettacolo di croce, di fede, di speranza e di rinascita.

Rivolto appunto alla croce il Cardinale dice il “grazie” di ognuno: «Tu sei sceso, Signore, negli abissi più bui della nostra condizione umana per eliminare ogni distanza che ci separa da Te. Nell’angoscia della malattia e nell’ombra della morte, nella desolazione dell’abbandono e nella pena dei carcerati, nel dolore innocente e nella folle violenza della guerra, nella muta implorazione dei poveri e nel lamento degli affamati, nel calvario degli esiliati e dei migranti, nella straziante gloria dei martiri. Tu ci hai raggiunto per renderci partecipi della tua risurrezione. E a ogni uomo ripeti l’invito rivolto ai tuoi discepoli il mattino di Pasqua: “Non abbiate paura”. Noi riconosciamo che è così e ti diciamo grazie».

Prima di lasciare la piazza, circondato dalla folla che lo segue fino al portone di casa, l’Arcivescovo richiama l’impegno per il domani: «L’azione drammatica di bellezza che abbiamo vissuto, attraversati dal filo rosso che il chiodo conficcato nella croce ci richiama, non deve finire qui. Occorre che passi in ogni aspetto del quotidiano, nel lavoro, nel riposo, nell’educazione, nella costruzione di una società giusta, consapevole delle visioni diverse che vi convivono, rispettosa della libertà e del volto di ciascuno nella solidarietà, nell’amicizia e nell’accoglienza. Comunichiamo la bellezza del dono che abbiamo potuto vivere, la bellezza della proposta cristiana semplice e potente perché viene dall’alto».

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