Giorni significativi per la Chiesa che il 25 aprile ha celebrato la festa di San Marco nell’attesa dell’importante viaggio di papa Francesco in Egitto. La presenza in Diocesi registra segnali rilevanti, a testimonianza di un dialogo di popolo che cresce

del diacono Roberto PAGANI
responsabile del Servizio per l’Ecumenismo e il Dialogo interreligioso della Diocesi di Milano

Ortodossi
Tawadros II col cardinale Scola

Martedì 25 aprile le varie Chiese che seguono il calendario gregoriano hanno celebrato la festa di San Marco apostolo ed evangelista, cugino di Barnaba, collaboratore di Paolo, discepolo di Pietro, dalla predicazione del quale ha redatto il Vangelo che gli è attribuito. Come apostolo, Marco è stato inviato nella città di Alessandria in Egitto, dove ha fondato la Chiesa locale. E proprio ad Alessandria ha conosciuto il martirio.

Apostolicità e martirio sono due caratteristiche fondamentali che i cristiani copti amano utilizzare quando presentano la loro Chiesa. Apostolicità, come la Chiesa di Roma, con la quale si sentono in grande sintonia, per una successione apostolica che sin dal fondatore non si è mai interrotta. E martirio, che soprattutto in questi ultimi anni è tornato prepotentemente alla ribalta, dapprima nel periodo immediatamente successivo alla Primavera araba, con circa 40 esplosioni in altrettante chiese nel giro di pochissimo tempo, fino alle ultime due nell’ultima domenica delle Palme, in una delle quali aveva appena terminato di celebrare la liturgia Sua Santità Tawadros (Teodoro) II, papa della Chiesa copta.

Il viaggio del Papa

Venerdì 28 aprile papa Francesco si recherà in Egitto, con una breve visita che si concluderà il giorno successivo e che avrà almeno tre valenze in aggiunta a quella propriamente politica legata all’incontro con il presidente egiziano e con le autorità civili.

La prima valenza è pastorale ed è legata all’incontro con la piccola comunità copto-cattolica (circa lo 0,15% della popolazione, vale a dire quasi 150.000 persone).

La seconda valenza è ecumenica e ha come momento-clou l’incontro con papa Tawadros. La Chiesa copto-ortodossa conta quasi il 15% della popolazione (cioè quasi 14 milioni di persone), minoranza con una sua orgogliosa identità che vive in un contesto di una discriminazione più o meno estesa, che in alcune circostanze raggiunge anche la persecuzione. Nonostante le numerose difficoltà, i cristiani copti non intendono assolutamente rinunciare alla loro presenza sulle terre che li vedono presenti da sempre, molto prima dell’arrivo dei musulmani tra il sesto e il settimo secolo. Ma la valenza ecumenica è ulteriormente sottolineata dalla presenza di sua santità Bartolomeo I, patriarca di Costantinopoli, leader del mondo ortodosso di tradizione bizantina, cui si riferiscono nel mondo più di 200 milioni di fedeli. Francesco, Tawadros e Bartolomeo sono il segno evidente di un cammino ecumenico che sta trovando percorsi nuovi e che porta le Chiese a incontrarsi non solo in circostanze eccezionali, ma nella quotidianità della vita di tanta gente: un ecumenismo di popolo che sta trasformando poco a poco anche la vita di fede delle nostre comunità.

La terza valenza, quella più profetica e per questo provocatoria, è interreligiosa: Francesco, Tawadros e Bartolomeo incontreranno il gran Muftì d’Egitto, il rettore dell’università Al Azhar, il centro culturale più prestigioso del mondo islamico sunnita. È estremamente significativo che il fragile tentativo di dialogo interreligioso passi attraverso la testimonianza comune dei tre maggiori leader cristiani. Così come è da guardare con simpatia il nuovo tentativo che si sta attuando proprio in quell’Università del Cairo, di uscire dai limiti di un’interpretazione esclusivamente letteralista del Corano, terreno di coltura di tanto fondamentalismo, che a tratti diventa terrorismo vero e proprio.

La realtà in Diocesi

Anche la nostra diocesi – nel suo piccolo non tanto piccolo – sta vivendo un momento interessante proprio da questi punti di vista.

Secondo i dati del 2016, in Italia ci sono quasi 110 mila egiziani, dei quali 75 mila in Lombardia, 52 mila a Milano e provincia, 36 mila nella sola città di Milano. È difficile stimare quanti di essi siano cristiani copti, ma la percentuale del 15% che si registra in Egitto deve essere alzata parecchio, dato che l’emigrazione riguarda i cristiani copti più che non gli altri egiziani (alcuni si spingono a dire che i cristiani copti sono circa un terzo dell’emigrazione egiziana).

Il mondo dei cristiani copti non è semplicissimo da trovare: bisogna sapere dove cercare perché loro non amano apparire, anche per la necessaria ovvia riservatezza legata a possibili attentati, con i quali hanno imparato a convivere.

A Milano, per la precisione a Cinisello Balsamo, c’è la sede episcopale dove risiede Anba Kyrollos (Cirillo), Metropolita d’Europa. Visitare la sede episcopale è estremamente istruttivo per iniziare a capire il mondo copto. Si trova in una ex fabbrica che all’esterno – le mura perimetrali – è rimasta praticamente inalterata, mentre all’interno è stata completamente ristrutturata e rinnovata. Nel capannone principale è stata ricavata una bellissima chiesa copta in grado di contenere almeno 500 persone sedute, e intorno ci sono edifici per il ritrovo dei fedeli alla fine delle celebrazioni, il catechismo, l’abitazione dei preti, la sede del Vescovo, e così via.

Partecipare a una messa copta è un’esperienza molto coinvolgente, in cui tutta la comunità canta dialogando con il sacerdote in copto, greco e italiano. La comunità è molto giovane, costituita da tantissime famiglie che hanno una media superiore ai tre figli, indice di natalità completamente diverso dal nostro; da qui la particolare attenzione del clero copto alla trasmissione della fede alle giovani generazioni.

Da questo punto di vista è interessante sapere che da qualche anno sono iniziate belle esperienze di condivisione negli oratori, per esempio nel periodo estivo dove, un giorno alla settimana, i ragazzi copti – accompagnati dal loro prete – si uniscono ai loro coetanei giocando insieme, oppure addirittura nel mese di agosto tengono aperto l’oratorio che altrimenti rimarrebbe chiuso viste le ferie generali del periodo.

Delle nove chiese copte presenti in diocesi una sola è una chiesa cattolica in origine, quella che si trova in via Senato e che è dedicata a San Marco. Le altre chiese – con annessi locali parrocchiali – sono state ricavate recuperando vari tipi di aree dismesse. Sono sufficienti due esempi, tra gli ultimi a essere realizzati: uno a Milano, zona Gorla, e uno a Saronno.

A Gorla qualche anno fa è stata acquisita tramite asta giudiziaria un’area industriale dismessa e, con una soluzione decisamente creativa, sono stati collegati due capannoni disposti a elle e non comunicanti, realizzando proprio la zona del presbiterio, in modo da assicurare la visibilità e la possibilità di partecipazione alle persone presenti nei due diversi fabbricati.

A Saronno invece è stata acquisita una ex palestra abbandonata, occupata abusivamente e popolata da spacciatori, divenuta un luogo problematico per gli abitanti della zona. Abitanti che hanno visto come una benedizione la riqualificazione dell’ambiente ad opera della comunità copta. Tra l’altro, è stato molto significativo il fatto che la Via Crucis quaresimale celebrata dal cardinale Scola a Saronno per tutta la Zona pastorale IV, nel tragitto tra due stazioni, ha visto alternarsi nel portare la Croce di San Carlo contenente il Santo Chiodo proprio un ministro copto, un ministro romeno e uno russo, a significare la realtà ecumenica che pervade la realtà diocesana a vari livelli.

La dimensione della riqualificazione delle aree dismesse è senz’altro una delle caratteristiche che soprattutto a livello civile contraddistingue il modo di operare della comunità copta sul nostro territorio. Questo racconta di una comunità di emigrati che è fedele alla propria identità e si pone in dialogo con il contesto circostante, testimoniando la propria fede in modo semplice e deciso allo stesso tempo. Una comunità che – invece che chiedere – preferisce porsi in modo costruttivo e creativo facendosi carico di situazioni compromesse, può davvero indicare un percorso che altri possono seguire.

Una menzione a parte merita il monastero di Lacchiarella, realizzato a partire da una fattoria abbandonata nella Bassa milanese. Oltre a un complesso in continua evoluzione che ospita chiese, cappelle, edifici per l’ospitalità dei pellegrini, aule per il catechismo, sale convegni e – ovviamente – le celle dei monaci, il Monastero copto di Lacchiarella è diventato col tempo un luogo di incontro veramente aperto, nel quale numerosissime comunità parrocchiali giungono in visita. Lì vivono quasi una decina di monaci – spesso con Anba Kyrollos, che ama trascorrere in monastero il maggior tempo possibile – che sono i testimoni nella nostra diocesi di quei monaci egiziani ritiratisi nel deserto sin dal quarto secolo e da cui dipendono le varie tradizioni monastiche, quella benedettina inclusa.

Ci sarebbero tantissime altre corse da raccontare, ma forse vale la pena scoprirle di persona…

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