La Settimana Santa vissuta nella prospettiva dell’Incontro mondiale delle famiglie

di Chiara GIACCARDI

Cristo Risorto

Pasqua è una parola ebraica antica, che significa “passaggio” e “liberazione”: precisamente, il passaggio del Mar Rosso e la liberazione dalla schiavitù degli Egiziani. Gesù ha poi riformulato il significato di questa liberazione, come passaggio dal peccato alla grazia, dalle tenebre alla luce, dalla morte alla vita eterna. È questo passaggio che si festeggia, in famiglia, ogni anno. E la famiglia è un contesto dove queste due parole, passaggio e liberazione, che sono in realtà delle ricchissime costellazioni di significati, si sperimentano prima di tutto in forma esistenziale, nella vita di ogni giorno.

Intanto il passaggio: il passaggio della vita stessa, che dai nostri genitori abbiamo ricevuto e che trasmettiamo ai nostri figli. E tutta l’eredità, non solo materiale, ma prima di tutto spirituale e culturale: ciò in cui vale la pena credere; il saper fare e le competenze pratiche che si tramandano di padre in figlio e di madre in figlia, sotto forma di esempio e testimonianza quotidiana.

Ma anche i "riti di passaggio", quelli che segnano ogni nuova fase della vita: la nascita, il battesimo e i sacramenti per chi è credente, il compimento del ciclo di studi, l’ingresso nel mondo del lavoro (sempre più difficile purtroppo), il fidanzamento, la costruzione di una nuova famiglia, la malattia, la morte, che anche se rimosse dal nostro orizzonte percettivo e per lo più relegate in luoghi separati dove sono affrontate "tecnicamente", fanno comunque parte della vita, e andrebbero più condivise, anche con i membri più piccoli, come più saggiamente accadeva un tempo.

È nel contesto familiare, dato che il mondo sociale è sempre più frammentato dall’individualismo spinto, che questi momenti importanti ma anche delicati vengono accompagnati, condivisi, assaporati nel loro significato, metabolizzanti come componente stabile dell’identità, e sostenuti nel tempo, diventando parte di una storia comune. E questi passaggi legano le dimensioni del tempo (la memoria, il presente, l’orizzonte dell’attesa) e danno movimento e profondità all’esistenza. Che non è, come ci racconta la cultura contemporanea, una collezione di istanti densi e il più intensi possibile, che si susseguono alla fine senza costruire nulla e tradendo le promesse di felicità fatte prima balenare. Ma è piuttosto un cammino, che ha momenti di pienezza e momenti di vuoto, momenti di gioia e momenti di stanchezza, momenti intensi e momenti di attesa: e senza l’attesa, senza il vuoto che fa spazio al nuovo, difficilmente si può assaporare la pienezza. Il digiuno quaresimale, per esempio, non serve a mortificare il corpo (tantomeno a dimagrire nell’era bulimica dell’obesità di massa) bensì a creare lo spazio dell’attesa, per poter gustare pienamente la bellezza della festa.

Ma la famiglia è anche il luogo della liberazione: prima di tutto dalla prigione dell’io, che le sollecitazioni esterne vorrebbero sempre più “autonomo”, sciolto dai vincoli, perso in quello che ormai gli psicanalisti definiscono «il fantasma della libertà». La famiglia è il luogo della liberazione quotidiana, un processo che non ha mai fine, e che paradossalmente passa dal vincolo, dalla responsabilità, dalla dipendenza reciproca che genera gratitudine e alimenta il circuito virtuoso della gratuità.

Chi l’ha detto che l’indipendenza è la condizione più desiderabile? Se riflettiamo sulla nostra esperienza vediamo che nasciamo deboli, che possiamo sopravvivere solo se qualcuno si prende cura di noi, non solo per le esigenze biologiche ma anche per quelle psicologiche, relazionali, spirituali. E, crescendo, abbiamo bisogno del riconoscimento degli altri, che ci aiutano a capire chi siamo, vedendo di noi quello che noi stessi non riusciamo a vedere, e mettendoci alla prova, il che ci consente di scoprire in noi risorse inaspettate. E anche per essere felici abbiamo bisogno degli altri: la gioia condivisa come è noto si moltiplica. E condividere i momenti "topici" (il matrimonio, la nascita di un figlio) li rende più belli e più facilmente affrontabili. E alla fine della vita speriamo che qualcuno si prenda cura di noi, come noi ci siamo presi cura di altri.

La famiglia è una scuola di gratuità, che si sperimenta nell’interdipendenza ma anche nella dipendenza, che non genera umiliazione ma gratitudine e capacità di donare a propria volta.

Aspettiamo con questo spirito di gratitudine la Pasqua e la benedizione paterna del Papa Benedetto sulle nostre vite di esseri umani che continuano a sperare.

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