Nel suo intervento alla Consob l’Arcivescovo ha sottolineato come l’uscita dalla crisi richieda il superamento di un concetto “rigido” di mercato e la valorizzazione della relazione anche nell’ambito economico-finanziario

di Annamaria BRACCINI

CONSOB

«I legami di reciproco aiuto sostengono da sempre ogni tipo di società, dalla più piccola, la famiglia, alle più complesse; sostengono anche le attività produttive, perché anche l’impresa economica è sempre chiamata a essere innanzitutto una “società di persone”, come ricorda Benedetto XVI nella Caritas in veritate» E, ancora, «tornare a comprendere il valore della relazione, anche in ambito finanziario, permetterà a livello macro e microeconomico la possibilità di uno sviluppo da cui nessuno venga escluso o scartato».

È questo l’auspicio e il monito del cardinale Scola, che pronuncia il suo atteso intervento nel contesto del tradizionale incontro col mercato finanziario, presso la sede della Consob, la Commissione Nazionale per le Società e la Borsa, quest’anno giunta al quarantesimo della sua fondazione. 

Nello storico Palazzo Mezzanotte in piazza della Borsa, davanti al gotha dell’economia e della finanza italiana – è presente anche il ministro alle Infrastrutture, Lupi -, dopo la relazione di apertura del presidente della Commissione Giuseppe Vegas, prende la parola l’Arcivescovo, che definisce una tale opportunità «un segno bello di come si debba vivere e convivere in una società plurale come la nostra, tendendo a un riconoscimento reciproco e virtuoso».

Il tema è quello del rapporto tra etica e finanza in uno «dei suoi aspetti decisivi, quello delle relazioni». Il problema che sta a cuore all’Arcivescovo – ben lo si capisce – va assai al di là dell’economia, investendo la questione antropologica centrale e, oggi, largamente mancante nella coscienza collettiva, «di chi voglia essere l’uomo del Terzo millennio».

«Cercare un’uscita realistica e sostenibile dalla crisi richiede di riconoscere la necessità di superare un’idea di mercato che lo concepisce come un fatto, rigido, di natura invece che, come è realmente, un fatto di cultura dinamica». Mentre, come fatto di natura, il mercato diventa luogo di relazioni anonime e impersonali, in un contesto dinamico esso valorizza ed è valorizzato dalla fitta rete di relazioni mediante le quali ognuno incide potenzialmente sulla situazione di tutti. E questo anche per quanto attiene al potere.

Su questo, la riflessione del Cardinale si fa particolarmente stringente. «Nascondersi dietro l’anonimato, impedendo uno sguardo realistico alla rete delle relazioni finanziarie, priva del coraggio di parlare apertamente del potere. Le radici di questo potere si trovano nella capacità di controllo su risorse materiali e immateriali, come i flussi di informazioni e di comunicazioni. Senza sottostimare il peso della dimensione materiale, oggi riveste particolare importanza il potere esercitato a partire dal controllo delle risorse immateriali. Questo potere apparentemente soft ha invece una grande incidenza sulla dimensione materiale del sistema delle interdipendenze», scandisce. Il rischio che ne viene è «quello di una paura del futuro che blocca l’intrapresa, che porta alla paralisi specie su progetti di lungo respiro». E se l’incertezza, che è parte della vita di ognuno e non va confusa col rischio, «crea inevitabilmente disagi e difficoltà», può essere vissuta positivamente: naturalmente a condizione di essere disponibili «a legarsi reciprocamente e a sostenersi l’un l’altro nel momento del bisogno».

Da qui la sfida etica per l’economia e la finanza, nella consapevolezza che «la questione non sarà affrontata a pieno finché si considererà questa etica una sorta di “cosmesi”, non connaturata completamente al contesto della finanza». Non a caso, una causa non marginale della grave crisi finanziaria – insieme all’illusione di «gestire il rischio in modo puramente tecnico» –  è l’oggettiva distanza relazionale fra gli attori economici che vivono «come interlocutori anonimi, accomunati solo dalla scelta temporanea di partecipare come scambisti allo stesso mercato».

L’appello è, ovviamente, a riscoprire una dimensione della «qualità delle relazioni», accogliendo «il rischio, personale e comune, di un’azione costruttiva, dove ognuno ha il suo compito e la sua responsabilità e nella quale chi ha grande potere economico e finanziario ha grande responsabilità». E tutto questo con alcune priorità, che Scola individua anzitutto nella dimensione “macro”, ossia nelle regole del sistema finanziario: «Occorre lavorare perché siano identificate e attuate, a livello internazionale, regole appropriate e più giuste. Tocca agli operatori finanziari realizzare uno spazio finanziario stabile nel quale si possano svolgere le funzioni proprie della finanza in modo efficace e specialmente provvedere a iniziative produttive in grado di generare occasioni reali di lavoro».

Una seconda urgenza, non meno importante è la dimensione “micro”, la più elementare, la più vicina alla vita quotidiana della gente. «Bisogna agire per risanare – con prudenza e decisione – la situazione problematica; occorre il coraggio di qualche iniziativa di carattere innovativo, per accorciare la distanza relazionale fra risparmiatori e investitori; è richiesto un particolare impegno per creare spazi nei quali l’interesse comune allo sviluppo economico e sociale sfoci nella possibilità effettiva di costruire legami fiduciari forti, capaci di resistere alla oggettiva difficoltà dei tempi e alle tante incertezze che accompagnano la vita quotidiana di tutti noi».

Il Cardinale si rivolge, così, in modo diretto a chi gli è di fronte: «Si devono cogliere segnali forse deboli. L’affare più bello è ricostruire la possibilità di una buona convivenza economica e sociale, capace di includere tutti e specialmente i giovani, che tanto hanno da esprimere. Il pensiero è a quella che Benedetto XVI ha definito la dimensione  del “gratuito” «che non significa la generosità del gratis, ma è una qualità propria di ogni azione umana, anche di quelle economiche e finanziarie».

E questo perché, come richiama papa Francesco in Evangelii Gaudium, non prevalga la “cultura dello scarto” che “rende gli esclusi dei rifiutati” e, addirittura, degli “avanzi”.

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