Nella Basilica di Santo Stefano la Messa presieduta da monsignor Bressan ha celebrato anche in Diocesi la 100a Giornata mondiale del Migrante e del Rifugiato

di Annamaria BRACCINI

Giornata mondiale Migrante e Rifugiato

Nel giorno in cui papa Francesco, per la 100a Giornata del Migrante e del Rifugiato, parla della speranza di un mondo migliore anche per loro e definisce «mercanti di carne umana» quanti ne sfruttano la disperazione, a Milano la basilica di Santo Stefano si affolla di migliaia di fedeli di tutte le etnie presenti in Diocesi, per la Messa appunto dei Migranti. Sull’altare molti i sacerdoti concelebranti: presiede monsignor Luca Bressan, vicario episcopale per la Cultura, la carità, la missione e l’azione sociale, accanto a lui il responsabile della Pastorale per i migranti don Giancarlo Quadri.

Tra canti tradizionali, idiomi che si intrecciano, modi diversi di porsi davanti alla liturgia, monsignor Bressan sottolinea – in riferimento al Messaggio del Papa – la necessità del passaggio dalla «cultura dello scarto», fatta di difesa e di paura, di disinteresse o di emarginazione, alla «cultura dell’incontro», l’unica capace di costruire un mondo più giusto e fraterno. Necessario in una cultura cristiana, “cattolica” in senso pieno, capace di abbracciare il mondo nella logica del «credettero in Lui» che il Vangelo del giorno indica.

E allora la lunga fila delle persone che si avviano all’altare per la Comunione, il canto commosso a Maria a conclusione della celebrazione, il ringraziamento affidato al coro cinese, le graziose giovani srilankesi in costumi tradizionali, il saluto finale con le antiche sonorità etiopi – popolo ancora segnato dalla tragedia che l’ha colpito a settembre -, delineano il volto di una Chiesa giovane, in cammino, dai tanti colori differenti. Bella nella sua eterogeneità, in quella che il cardinale Scola definisce spesso «pluriformità nell’unità» e che qui, nella basilica al centro di Milano, in cui ogni settimana si riuniscono i migranti, diventa realtà viva.

Un “esserci” che per Yvonnette, brasiliana, e Felice, italiano, sposati da oltre vent’anni e nonni del piccolo Gabriel che non vuol saperne di stare fermo durante la Messa, è «fonte di gioia». «Essere una famiglia multietnica è bellissimo, allarga il cuore e gli orizzonti. Lo auguriamo a tutti», spiega Felice, e la moglie aggiunge: «La fede ci aiuta tanto, essere fedeli della Cappellania della Madonna della Aparecida – una cui piccola riproduzione è posta sull’altare di santo Stefano – è una fonte di forza e di serenità». Lo stesso è per Evangelina, di origine filippina, anche lei da un ventennio nel nostro Paese, «per dare un futuro ai miei figli e perché qui il lavoro non manca. Per me, arrivando in Italia, sono mutate abitudini, modo di vita, la nostalgia per la famiglia lontana mi ha segnata. Credere in Gesù è l’unica cosa che non è mai cambiata negli anni, è stata una certezza cui reggersi».

E Raul Sandro, equadoregno, con la sua bimba che non lo lascia un momento, aggiunge: «Vorremmo forse continuare a vivere in Italia: mi sento accolto, ho con me la famiglia, lavoro, e vivo la comunità cristiana». Tra tante difficoltà il suo sorriso spiega tutto.

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