Un intenso intervento del cardinale Scola al terzo incontro della “Cattedra del Concilio” promossa nella parrocchia milanese di San Giovanni in Laterano per l’Anno della Fede

di Annamaria BRACCINI

Cattedra del Concilio

In una fredda e piovosa sera milanese, può accadere che un evento come il Concilio Vaticano II, a cinquant’anni di distanza dal suo inizio, possa rivivere in tutta la sua forza evocativa e rendere quasi palpabile il soffio dello Spirito che l’animò? Così è stato nella parrocchia di San Giovanni in Laterano, dove per il terzo incontro della “Cattedra del Concilio” promossa nell’Anno della Fede e nel ricordo del cardinale Martini, si sono ritrovati in moltissimi per ascoltare l’Arcivescovo in una riflessione che ha avuto il sapore, se non proprio di una lectio, senza dubbio di un’analisi approfondita su come leggere e vivere concretamente oggi il Vaticano II.

A partire al titolo stesso dell’incontro “Chi è la Chiesa” – tema anche di un recente ponderoso saggio del cardinale Scola (2005) – e attraverso la rilettura della Costituzione Lumen Gentium, sono state proposte alcune “chiavi di lettura” del Concilio, precedute da suggestive immagini dell’evento, da alcune parole di Paolo VI e da stralci di una catechesi quaresimale che il cardinale Martini tenne a Quarto Oggiaro nel 1983. Un inizio felice, come i ricordi personali che il Cardinale ha voluto condividere con i presenti, richiamando la sua amicizia e antica collaborazione con il parroco don Giuseppe Grampa e l’affetto per monsignor Giovanni Barbareschi, che non ha voluto mancare nonostante l’età avanzata.

L’assise conciliare, se fu «evento storico, non si spiega solo con la storia o in essa, ma testimonia la presenza del Signore che chiama i suoi figli a essere co-agonisti», ha chiarito subito il Cardinale come punto fermo metodologico. Dunque, una dimensione anzitutto teologica del Vaticano II, come dell’intera storia della Chiesa, della quale occorre ben comprendere «l’indole pastorale» che significa pienamente «missione, modalità con cui si comunica e si sperimenta l’evento centrale della salvezza».

«La Chiesa è una realtà che somiglia a un’ellisse – ha proseguito – che ha due “fuochi”, la relazione costitutiva con Cristo e la missione dell’annuncio del suo evento salvifico». Questi i due cardini per non rimanere solo in un’interpretazione astratta dell’evento-Concilio e del Corpus dottrinale che ha prodotto, i testi: due aspetti da non disgiungere.

«La Chiesa con il Vaticano II ha trovato la sua autocoscienza e anche se, naturalmente, l’Assise non fu solo momento di riflessione ecclesiologica, potè – e può ancora – attivare un preciso rinnovamento». Chiare, a tale proposito, le parole di Romano Guardini: «La Chiesa oggi (e si era negli Anni Trenta…, ndr) deve rinascere nelle anime», ossia nelle persone. Senza l’“io” e la relazione nel “noi”, insomma, la «Chiesa non si rende incontrabile». Da qui quella che l’Arcivescovo ha definito la «doppia concentrazione della Chiesa, antropologica e sacramentale». «La Chiesa non “si fa da sé”, ma, scriveva Balthasar, è “mediazione intrinseca dell’avvenimento di Cristo nella storia di ciascuno”. Dio è il “primo agente” della Chiesa, come ha sottolineato Benedetto XVI aprendo il Sinodo dell’ottobre 2012, e trova il suo centro nell’Eucaristia». Per questo la Chiesa, nella sua indole “pastorale”, testimonia la propria sollecitudine per il singolo uomo con le sue relazioni costitutive e la sua capacità di interazione con il cosmo. 

Quindi una Chiesa che ci vede protagonisti nel compiere il progetto di Dio e che chiama tutti a una testimonianza missionaria perché, come recita la Lumen Gentium, «la Chiesa avviene nei fedeli» e la «sua forza è la communio». «Ciò significa che prima di ogni distinzione di ruolo, di ministero, di stile di vita – ha notato ancora il Cardinale – viene il fedele, tutti i fedeli, con una vocazione universale alla santità», vocazione che è piena riuscita umana e cristiana, non patrimonio di pochi. Occorre allora una concordia corresponsabile tra i diversi ruoli: una comunione di missioni personali», come diceva ancora Balthasar.

«La Chiesa è pellegrina sulla terra, ma ha una natura escatologica e, quindi, quanto più è radicata e in cammino nella storia, tanto più è spalancata al cielo, all’eterno. Se abbiamo speranza certa nella risurrezione, anche la vicenda umana personale e quella collettiva divengono più intelligibili e muta ogni nostro comportamento quotidiano». Evidente, in un simile contesto, la responsabilità di “giocarsi in prima persona”, con un sì generoso e uno sguardo aperto e fiducioso, come fu quello di Maria, immagine dell’intera Chiesa. Solo così un evento come il Concilio vivrà nei nostri cuori, non rimarrà nel ricordo astratto: solo così comprenderemo chi siamo e dove andiamo.

Il prossimo appuntamento della “Cattedra del Concilio” è per la sera del 31 gennaio: relatore di eccezione monsignor Luigi Bettazzi, che partecipò personalmente al Vaticano II.

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