Redazione

Silvia Vegetti Finzi, docente di psicologa dinamica all’Università di Pavia e autrice di numerosi libri sulla vita giovanile e familiare, ci aiuta a capire perché i giovani subiscano il fascino della trasgressione e cedano spesso all’aggressività, senza riuscire a controllarla.

di Rosangela Vegetti

Perché i giovani subiscono il fascino della trasgressione, dello sfidare i limiti, fino a farsi del male? Lo abbiamo chiesto a Silvia Vegetti Finzi, docente di psicologa dinamica all’Università di Pavia e autrice di numerosi libri sulla vita giovanile e familiare. «Occorre innanzitutto distinguere l’aggressività dalla violenza. La prima costituisce un patrimonio genetico finalizzato alla sopravvivenza dell’individuo e alla continuazione della specie. Nessuno potrebbe sopravvivere senza una certa carica di aggressività. La seconda invece è rivolta contro le persone o le cose ed è più distruttiva che difensiva. Ad esempio, Mosè che spezza le Tavole della Legge e Gesù che scaccia i mercanti dal tempio esprimono comportamenti aggressivi ma non distruttivi. Non sono infatti rivolti ad annientare, non sono necrofili, ma intendono mettere in crisi l’esistente per costruire un futuro migliore. Sono due allora i fattori che giustificano il ricorso alla forza: lo scopo che si vuole raggiungere, e la modalità che non deve essere volta all’annientamento ma alla trasformazione».

La violenza è propria della gioventù?
Durante l’adolescenza il rapido incremento dello sviluppo ormonale comporta, soprattutto nei maschi, l’aumento delle pulsioni aggressive. Può accadere allora che si produca uno squilibrio tra le energie aggressive e la capacità della mente di controllarle e limitarle. In questo senso, la giovinezza non è una causa della violenza minorili, ma un elemento favorevole, soprattutto quando le condizioni ambientali siano così carenti da non offrire un valido contenitore delle spinte dirompenti. Spinte che possono rivolgersi all’esterno o colpire il soggetto stesso, come rivela la frequenza di disturbi dell’alimentazione di suicidi proprio negli anni dell’adolescenza.

Dipende solo dalla famiglia un “antidoto” alla violenza dei giovani?
La famiglia è in prima linea nel controllare la violenza dei giovani. Ma una valida educazione interviene sin dall’infanzia, non solo a limitare l’aggressività, ma soprattutto a incanalarla verso mete socialmente valide (competizione regolata, sport, condotte esplorative, di assistenza, di aiuto, percorsi di conoscenza…). La famiglia non è poi una monade che possa funzionare nel vuoto pneumatico. La famiglia è una cellula della società e come tale ha bisogno di scambi vitali con l’ambiente circostante. Se il tessuto in cui è inserita è necrotico, la famiglia si ammala e non è più in grado di svolgere i compiti di sopravvivenza e di riproduzione sociale che le competono. Pertanto è importante monitorare continuamente il sistema degli scambi, sempre interattivi, tra famiglie e società.

Il bullismo, l’aggregarsi dei giovani per dare vita a rivolte urbane, sono fenomeni solo di oggi?
Credo che il bullismo sia sempre esistito, ma oggi abbiamo imparato a riconoscerlo perchè siamo più attenti al benessere dei ragazzi, più capaci di cogliere i segnali di disagio e di malessere che ci inviano. Una volta diagnosticato, il bullismo diviene una malattia che si può curare, purchè non la si consideri un problema dell’individuo ma della collettività. La complicità e l’omertà dei compagni sono preoccupanti tanto quanto la violenza del bullo. Esiste poi un bullismo femminile più subdolo, che non lascia lividi sul corpo ma ferisce l’anima. E’ fatto di calunnie, denigrazioni, esclusioni. Più insidioso, sotterraneo, difficili da denunciare è però altrettanto doloroso da sopportare. Quanto alle rivolte urbane, basta leggere i Promessi Sposi per incontrare il famoso assalto ai forni di Milano. La storia è piena di episodi di rivolta (I Ciompi a Firenze, Masaniello a Napoli e così via). Credo però che oggi le guerriglie urbane siano più distruttive perchè la società è più ricca e gli strumenti per attaccare il “nemico” più micidiali. Ma possediamo anche migliori capacità di analisi e di intervento. Dovremmo però essere capaci di trasformare lo scontro in ascolto chiedendo ai rivoltosi di individuare dei rappresentanti con i quali trattare. Non conosciamo antidoto più efficace alla violenza del dialogo.

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