Il cardinale Angelo Scola è intervenuto al convegno “La Caritas tra radici conciliari e attese dei vescovi”, primo incontro ufficiale dell’Arcivescovo con il mondo Caritas

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Trasformare in azione l’amore di Cristo. Superare il dualismo tra fede e opere. Non dimenticare la vocazione educativa. Queste sono le indicazioni date dall’Arcivescovo di Milano, cardinale Angelo Scola, ai circa 200 operatori e responsabili della Caritas convenuti a Triuggio per la tradizionale due giorni di formazione. Un convegno dedicato quest’anno alle radici della Caritas nel Concilio Vaticano II, che ha rappresentato anche il primo incontro ufficiale del cardinale Scola con la Caritas Ambrosiana, a quasi un anno dal suo insediamento.
Nel corso del suo intervento, per esemplificare il ruolo che devono avere gli uomini e le donne impegnati nell’azione caritativa, il Cardinale ha citato la riposta che Madre Teresa diede a un giornalista del New York Times, impressionato dalla dedizione per i poveri e gli emarginati delle consorelle della religiosa. «“Esse amano Gesù e trasformano in azione vivente questo loro amore”, replicò Madre Teresa», ha ricordato il Cardinale, sottolineando che «questa è l’essenza della vita caritativa di ogni cristiano» e che «lo scopo della Caritas è esattamente questa azione educativa». Il Cardinale ha quindi messo in guardia da una pericolo, «il subdolo dualismo tra l’agire caritativo e la forma che esso assume». «Noi affermiamo con chiarezza la visione cristiana delle cose, partecipiamo alla celebrazione liturgica, ma poi quando passiamo all’azione non traiamo da qui la forma del nostro agire», ha riconosciuto il Cardinale. Le opere di carità devono invece richiamare alla loro origine, alla ragione che le motiva. Questo è in particolare l’impegno affidato alla Caritas. «Non desistete mai da questo compito educativo», ha ribadito Scola.
Al termine della sua relazione l’Arcivescovo ha poi risposto alle domande dell’assemblea. Sulla crisi della politica, il Cardinale ha precisato che si tratta di «una crisi culturale» e ha auspicato che «si ritrovi il coraggio di una soggettività pubblica delle fede, che non significa potere, imposizione, militanza, ma lasciare trasparire l’esperienza concreta di vita che la fede consente di fare ai credenti». «In una società plurale come la nostra è più che mai opportuno che ognuno dica la sua visione, esercitando la sola forma di potere legittima, la ricerca del consenso», ha spiegato. Sulla partecipazione dei giovani alla vita della Chiesa e all’impegno sociale, Scola ha precisato che il solo modo per avvicinarli è «appassionatamente stare con loro, testimoniando che stare con Gesù è conveniente, perché corrisponde al loro desiderio di senso».

 

Le conclusioni di don Davanzo

Dopo il Cardinale ha preso la parola don Roberto Davanzo. Nella sua relazione che ha concluso il 29° convegno delle Caritas decanali, il direttore della Caritas Ambrosiana ha sottolineato lo stretto legame tra fede e carità, ha indicato il ruolo assegnato dal Concilio alla carità nell’edificazione della Chiesa e nella testimonianza cristiana e ha precisato il contributo che la Caritas è chiamata a dare alla costruzione di un nuovo welfare.
A quest’ultimo riguardo Davanzo ha messo in guardia da «due eccessi»: lo «statalismo accentratore che deresponsabilizza e genera meccanismi assistenzialistici», praticato molto nel passato; e «la tentazione neo-liberista», in voga negli ultimi decenni, che rischia di lasciare il cittadino solo con i suoi bisogni. Criterio valido per non cedere a entrambi gli errori è la sussidiarietà, pietra miliare della dottrina sociale della Chiesa. A patto di intenderla correttamente: «La pubblica amministrazione può e deve intervenire ad aiutare chi non ce la fa più, anche con interventi specialistici, ma solo dopo aver fatto di tutto per conoscere e valorizzare quanto le persone (singole ed associate) riescono a mettere in atto», ha chiarito don Davanzo. No, dunque, a scelte a ribasso: «La sussidiarietà non potrà solo significare la ricerca del gestore più economico». Sì, invece, a un ente pubblico che non dimentica di essere «il responsabile ultimo della lotta alla povertà». Infine, citando un’espressione usata da Papa Benedetto XVI in occasione dei 40 anni di Caritas Italiana, celebrati lo scorso anno, don Davanzo ha invitato i volontari e gli operatori ad essere «sentinelle capaci di accorgersi e far accorgere, di anticipare e di prevenire, di sostenere e di proporre vie di soluzione nel solco sicuro del Vangelo e della dottrina sociale della Chiesa».

 

Caritas e Concilio

Ieri, nella prima delle due giornate di convegno, don Saverio Xeres, docente di storia della Chiesa alla Facoltà teologica dell’Italia Settentrionale, aveva sottolineto la necessità di proseguire sulle «vie di vastissima ampiezza» aperte dal Concilio Vaticano II e a non lasciarsi impaurire dalle incertezze e delle difficoltà di un percorso iniziato già 50 anni fa, «ma ancora appena avviato», poiché a ben vedere «tali nuove vie altro non sono che riscoperte e attualizzazioni della missione stessa della Chiesa».
Monsignor Giancarlo Perego, direttore generale della Fondazione Migrantes, aveva invece individuato nei documenti conciliari le indicazioni che poi portarono Paolo VI a fondare nel 1971 la Caritas in Italia: la continuità tra la celebrazione della Liturgia e la vita fraterna nell’agire quotidiano (nella costituzione Sacrosanctum Concilium), la scelta preferenziale per i poveri (nella Lumen Gentium), l’interdipendenza tra gli uomini, la ricerca del bene comune e l’attenzione alle persone deboli (nella Gaudium et spes).

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